In 25 anni di permanenza continua a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), non era mai successo che si dovesse riportare a Terra un astronauta in anticipo per un problema medico. Sta accadendo ora, e ancora non sappiamo nulla sull’identità dell’astronauta o sulla gravità della sua condizione. La NASA lo ha annunciato l’8 gennaio, durante una conferenza stampa, dichiarando che uno degli astronauti della missione Crew-11 ha un problema medico non divulgato, che le sue condizioni sono stabili, ma che per sicurezza l’intero equipaggio di quattro astronauti verrà riportato a Terra nei prossimi giorni. La missione Crew-11 è composta da due americani (Zena Cardman e Michael Fincke) un astronauta giapponese (Kimiya Yui) e un cosmonauta russo (Oleg Platonov). Loro quattro, insieme alla capsula Dragon di SpaceX che li ha portati nello spazio, torneranno sulla Terra in anticipo di circa 40 giorni. Il loro rientro era previsto per il 20 febbraio, e la nuova missione Crew-12 non sarebbe arrivata prima del 13 febbraio. Di problemi medici ne sono comunque successi molti a bordo della ISS negli ultimi 25 anni, e per questo motivo la Stazione Spaziale è dotata di diversi supporti medici e gli stessi astronauti sono addestrati per prestare supporto vicendevolmente. Questa volta la situazione è però inedita. Fino al momento del ritorno non potremo sapere chi è il malato (o la malata), e nemmeno sapere che tipo di problemi abbia. Si tratta di una scelta standard della NASA, che garantisce per queste situazioni la massima privacy. Quello che possiamo però immaginare è che la situazione sia particolarmente grave, dato che questa decisione metterà sotto pressione l’intera gestione della Stazione. Le tensioni politiche sulla ISS ci sono sempre state, anche se pesantemente smorzate rispetto alla situazione sulla Terra. In particolare per quanto riguarda i rapporti con la Russia, che gestisce metà della Stazione. L’avamposto umano in orbita infatti, è diviso formalmente in due, due parti la cui gestione spetta alla NASA e ai loro partner, e alla Russia. Fra i quattro astronauti della missione Crew-11 c’è anche il cosmonauta russo Oleg Platonov, che sarà costretto a rientrare prima del previsto. Anche se non sappiamo chi è l’astronauta malato, tutti e quattro dovranno tornare obbligatoriamente a Terra, per via di una questione matematica di posti assegnati sulle capsule di rientro e su quelle di salvataggio. Chris Hadfield, astronauta americano con tre voli all’attivo, ha scritto sui social che sebbene ci sia una certa esperienza per gestire la ISS anche con solo tre astronauti, le sfide logistiche ci saranno. Per esempio, in tre non sarà possibile gestire l’arrivo di nuove capsule, e non si potranno eseguire attività extraveicolari o esperimenti impegnativi. Inoltre, chi sono i tre astronauti è una variabile importante. Perché a bordo resteranno due cosmonauti russi, Sergej Kud’-Sverckov e Sergej Mikaev, e l’americano Christopher Williams. Quest'ultimo è arrivato sulla Stazione spaziale con una Soyuz russa, frutto di uno dei rari programmi di collaborazione ancora attivi tra Mosca e Washington: lo scambio di sedili tra Soyuz e Dragon. Nel frattempo, mentre la Stazione spaziale sta per affrontare una delle sue sfide più grandi, la Russia qualche settimana fa ha annunciato un nuovo piano per il futuro della loro stazione spaziale nazionale, chiamata ROS. Fra annunci e proclami hanno più volte dichiarato di volerla portare in orbita verso la fine di questo decennio, ma ora il piano sembra essere cambiato. Non vogliono più costruire da zero una nuova stazione (non ci sono i soldi, le competenze e la volontà per farlo), ma punteranno a separare il segmento russo della ISS e mantenere solo quello in orbita alla fine di questo decennio. Al contrario, la NASA, l’agenzia europea ESA e il Giappone hanno già concordato di deorbitare il resto della Stazione nel 2029, per concentrarsi su altri progetti, la Luna in primis. La situazione medica a bordo della ISS quindi rimane per ora un mistero, che speriamo ovviamente non sia una condizione grave come potrebbe sembrare, sia dal punto di vista medico, sia dal punto di vista della gestione del più grande e complesso avamposto che l’Umanità abbia mai costruito nello spazio.
Continua a leggere su "Il Foglio"