Il vecchio occidente atlantico è finito. Ne serve uno nuovo, con un’Europa diversa

07/01/2026 05:23 Il Foglio

Come molti sono contento che Nicolás Maduro sia in prigione e che i venezuelani possano sperare in una nuova vita, ma anche preoccupato da quanto e come è accaduto. I sentimenti però contano poco ed è più interessante pensare a un oggi che vive tra passato e futuro, anche per capire cosa bisognerebbe fare, al di là del fatto se qualcuno riuscirà a farlo. Quanto al passato, c’era una volta un mondo popolato anche da altri ma “mentalmente” diviso dopo il 1945 in due, tra un blocco socialista dalla evidente e forte matrice ideologica e un nuovo occidente diverso da quello europeo morto nel 1914. Anche quest’ultimo aveva una sua evidente componente ideologica. Solo la sua crisi ci ha però permesso di capire quanto forte essa fosse e quanta presa avesse: col senno di poi, mi sembra oggi possibile dire che quel nuovo occidente era altrettanto ideologico del suo avversario, e leggeva il mondo con occhi improntati alla stessa convinzione di conoscere quale fosse il bene, e quindi di immaginare – come facevano i comunisti – la fine della storia, una fine che avrebbe coinciso col trionfo di libertà, democrazia e modernità in un mondo di nuovo unificato, che non avrebbe avuto più bisogno della politica perché sarebbe stato il diritto a guidarlo. Anche per questo l’illusione della “vittoria” del 1989-1991 contro il suo principale antagonista fu così forte: il bene aveva trionfato e il mondo era di nuovo uno. Fortissime vertigini da successo impedirono allora di guardare alla realtà. E la realtà era che se il sistema socialista era nettamente inferiore e più fragile di quello su cui si basava l’occidente, anche il sistema occidentale aveva cominciato a morire negli anni Settanta, dopo un ultimo e miracoloso soprassalto, tra benessere, allungamento della speranza di vita, crisi demografica e ascesa di nuovi paesi che ne avevano introdotto suoi pezzi (e con essi i suoi molto gradevoli difetti congeniti).     Soprattutto, dal punto di vista che ci interessa, quello stesso occidente aveva cominciato a sfaldarsi perché le sue due parti principali – Stati Uniti e paesi europei – si muovevano in direzioni opposte. L’ultimo suo leader è stato Bush Jr che voleva davvero e sinceramente esportarne i princìpi ma viveva già in un mondo nuovo, anche per la rapida ascesa della Cina e di parti dell’ex “Terzo mondo”. Dall’11 settembre 2001 – per scegliere una data ma altre se ne potrebbero indicare – vivevamo infatti in una fase in cui stava finendo un’egemonia, quella statunitense, che era a sua volta succeduta a una fase di un relativo equilibrio che si può far grosso modo coincidere col periodo che va dalla crisi dei missili di Cuba a quella terminale dell’Urss. Con la crisi del 2008 e l’elezione di Barack Obama siamo poi entrati palesemente in una situazione aperta e squilibrata, che genera tensioni e se ne nutre, e non si vede un nuovo equilibrio. Quest’ultimo è forse in gestazione ma ha bisogno di tempo per emergere e intanto i suoi aggiustamenti provvisori aprono spazio a tensioni e conflitti. Già sappiamo però che questo nuovo equilibrio non potrà basarsi solo sugli Stati Uniti e la Cina, che tra l’altro ancora non si riconoscono formalmente come pari. Esso dovrà far posto all’India e probabilmente all’Africa subsahariana e forse, se saremo intelligenti e decisi, a un’Europa le cui élite dei paesi leader hanno preso purtroppo nel 1991 una strada sbagliata.   E’ per questo lecito chiedersi se a essere squilibrato sia davvero il mondo in generale, o non piuttosto il nostro, che abbiamo a lungo creduto il centro del pianeta e che in effetti lo è stato, anche perché è il luogo dove è stata inventata la vita moderna – fatta di antibiotici, televisione, elettricità, autovetture, scuole, ospedali, aerei, computer, ecc. – che tutti vogliono e cercano di vivere. Visto da Pechino, da Abu Dhabi, da Delhi, ma anche dalle capitali di un’Africa in movimento, quello attuale è piuttosto un mondo di opportunità crescenti – i paesi non bianchi vengono da decenni di grandi e molto spesso positivi cambiamenti – anche se penso che lo resterà per un tempo molto più breve di quello che lo è stato per noi europei, come suggerisce l’andamento demografico cinese. Questo vecchio mondo squilibrato ha non a caso nei suoi due vecchi centri di potere i motori principali della sua violenta, ulteriore destabilizzazione, e ancora non a caso entrambi sono animati da ideologie che parlano di “tornare grandi” e sono radicalmente diverse sia da quella “vecchio-occidentale” degli Stati Uniti sia da quella umanitaristica del riformismo sovietico e dei primi anni della nuova Russia. Queste ideologie partono dalla necessità di riacquistare per prima cosa, con la forza se necessario, il predominio sulle proprie aree: Cecenia, Georgia, Bielorussia, Ucraina e chissà cos’altro per Mosca, l’emisfero americano per gli Stati Uniti.     Da questo punto di vista si capisce l’importanza dell’azione in Venezuela per Washington. Non solo si riacquista il controllo sulle più grandi riserve petrolifere del pianeta e si pone un argine alla penetrazione cinese nel “proprio territorio”, ma l’eventuale successo dell’operazione potrebbe provocare la caduta del regime cubano, che da decenni gioca un ruolo maligno e non solo in America latina, sostenendo autoritarismi e politiche economiche sbagliate. L’“occidentale” che è ancora in noi potrebbe gioirne come è contento oggi della caduta di Maduro. Ma Donald Trump e Marco Rubio non stanno facendo questo per la causa dell’occidente e della democrazia, come credeva sinceramente di fare Bush Jr, magari facendo guai. La logica dell’intervento è un’altra: ai nuovi leader venezuelani viene detto qualcosa come “se non fate come diciamo vi ammazziamo e intanto non esportate più petrolio, quindi potete solo parlare con noi e potete farlo anche perché della democrazia non importa molto nemmeno a noi e quindi come governerete il paese sono fatti vostri, solo che petrolio, politica estera e alleanze non li decidete più voi”, un discorso che potrebbe persino funzionare, anche se non è ancora detto, ma che con quello occidentale non ha nulla a che vedere E’ anche significativo che questa strategia sia stata probabilmente elaborata da Rubio, la cui famiglia emigrò negli Stati Uniti prima dell’arrivo al potere di Castro. Per lui l’America latina, il paese da cui provengono decine di milioni di nuovi cittadini americani come i suoi genitori, è molto più importante dell’Europa da cui da sessant’anni non arriva più nessuno e si può immaginare quanto questo peserà se riuscisse a realizzare le sue legittime ambizioni presidenziali. E’ anche questo un altro e indiretto segnale della fine dell’occidente atlantico del 1945, che aveva nell’Europa dell’ovest l’altro suo perno. Quel “Noi” si è infatti frantumato nel tempo tanto ideologicamente quanto geograficamente come è normale che avvenga perché le cose cambiano, che è poi il motivo per cui solo la politica – e non il diritto – può provare, se ci riesce, a navigarle con successo. La fine di quel Noi – che lascia comunque imponenti resti che sarebbe politicamente insensato non provare a utilizzare – è indicata anche dalle politiche di Trump in Ucraina e nei confronti di Mosca, dall’atteggiamento di J. D. Vance verso i paesi europei, e potrebbe trovare una sua prima sanzione formale nel caso di una mossa americana in Groenlandia. La Danimarca, un paese europeo garantito dalla Nato, dovrebbe chiedere l’applicazione dell’articolo 5 al paese che la sta aggredendo, che dell’ormai vecchio occidente e della Nato – il Noi che abbiamo perso – era il capofila.   Cosa ne sarebbe allora di un’Europa che non è più centripeta dai tempi della Brexit e che la guerra in Ucraina sottopone a tensioni crescenti tra paesi direttamente minacciati (Polonia, baltici, scandinavi, Germania) e paesi come Spagna e Portogallo che vedono piuttosto il loro futuro in più stretti rapporti proprio con l’America latina, centinaia di migliaia dei quali proprio in Spagna hanno trovato rifugio, e l’Africa? E come può reagire a tutto questo un’Unione europea che come ha riconosciuto Ursula von der Leyen è in realtà un’associazione che regola un mercato comune fatto per fortuna anche di esseri umani e non più solo di merci o capitali? L’Unione è quindi una “cosa” che si è data un nome ambizioso, che esprimeva e esprime una volontà e una speranza che condivido, ma che è nel suo caso, date le regole che gli stati membri le hanno dato, illusorio: esso non solo rappresenta una promessa che non può essere mantenuta, e genera per questo frustrazione, ma crea una confusione che ci fa continuare a seguire una strada sbagliata, o meglio giusta per fare certe cose ma certo non per arrivare a fare dell’“Europa”, o più realisticamente di una parte dei suoi paesi, una delle potenze del mondo che sta nascendo. Eppure, specie ma non solo nella situazione attuale, un polo almeno confederale o semi-statuale europeo indipendente, capace di stare nel gioco, potrebbe svolgere un ruolo importante. Perché questo accada, perché l’Europa possa giocare questo ruolo nel nuovo equilibrio globale che si va formando, quest’Europa deve però essere capace di generare una struttura statuale che abbia un suo ombrello atomico, una sua tecnologia d’avanguardia, una sua struttura di difesa comune integrata, una sua politica estera, e soprattutto capacità di decisione. Farlo non è facile, anche perché Mosca e Washington e tanti interessi particolari vi si oppongono, e l’Unione europea non lo può fare. Ma, come si è fatto per l’euro o per Schengen, un gruppo di stati, appartenenti o meno all’Unione (come il Regno Unito), potrebbe decidere di incamminarsi su questa via e di procedervi velocemente, come la situazione odierna, a partire dall’aggressione russa all’Ucraina e dall’allontanamento delle due coste dell’Atlantico, ci chiede di fare. Farlo vorrebbe evidentemente dire costruire un nuovo Noi e la sua nascita potrebbe anche contribuire a rendere migliore il volto dei nuovi equilibri mondiali che si vanno delineando. Benché non convenga vantarsene e non si possa per decenza farlo con quella maggioranza di paesi che ha sofferto l’imperialismo europeo, resta vero che l’Europa è la culla – oltre che della scienza moderna (e di questo sì, possiamo vantarci) – anche della democrazia, della libertà e di un diritto e di una cultura capaci di difenderli. Avere una potenza mondiale che rappresenti questi valori, diversa da quella statunitense ma se possibile alleata con essa, sarebbe davvero importante. Essa potrebbe tra l’altro spingere in direzione di una nuova alleanza politica e anche militare internazionale, non alternativa alle Nazioni Unite, che riunisca a livello globale i paesi che condividono almeno in parte quei valori, gli Stati Uniti, certo, ma anche il Canada, l’Australia, il Giappone, la Corea del sud ecc. e, in prospettiva, tutti i paesi asiatici e africani che dichiarassero di riconoscervisi. La Nato è infatti morta anche perché il nostro mondo non è più “nord-atlantico” ma appunto globale, e di visioni, alleanze e politiche globali ha bisogno.     Senza questo nuovo Noi e senza forza non basta gridare che ci vuole il rispetto del diritto internazionale perché esso sia rispettato. Si tratta di un autoinganno, per quanto nutrito di buona fede e di buone intenzioni, anche perché non fa i conti con la realtà, cioè con la vita, vale a dire col cambiamento che ne è l’essenza, anche da un altro punto di vista. Il diritto infatti, pur importantissimo, è fatto di riflessione sull’esperienza passata e possiede una tendenza alla stabilità e alla conservazione che lo mettono tra l’altro in particolare difficoltà in un mondo i cui equilibri si sono rotti. Anche se può renderlo migliore, il diritto non può quindi guidare il mondo, come non può farlo l’economia che, come dimostrano tutti i giorni quelle catastrofi economiche che sono spesso i divorzi, è meno importante della dignità e dell’indipendenza. La fede, le idee e la buona (e ahimè la cattiva) politica possono invece farlo se si incontrano con la forza. Paradossalmente, sta qui uno dei motivi per cui un ciclone come Trump, le cui idee, le cui parole e il cui comportamento lasciano spesso senza fiato, riesce a smuovere ciò che sembrava immobile, galleggiando su una realtà in movimento e imprimendogli colpi bruschi e disordinati, che probabilmente avranno degli effetti deleteri, ma che intanto su quella realtà incidono. Anche il diritto per esistere deve avere insomma una voce potente che lo difenda e ne sappia guidare l’evoluzione. Per costruirla occorre liberarci del Noi precedente, malgrado i buoni motivi che avevamo per amarlo, e disintossicarci della sua ideologia, non perché non avesse aspetti positivi ma semplicemente perché è morta con esso, e occorre vedere realtà, interessi e problemi di oggi per costruire un nuovo discorso in grado di affrontarli, salvando per quanto possibile i resti migliori di quello scomparso. Quanto all’Italia, si può sperare che se la pressione internazionale resterà alta, come sembra probabile, si arrivi a un riallineamento generale che scomponga e ricomponga parti politiche che oggi includono componenti non solo diverse ma spesso incompatibili tra loro. Ciò ci permetterebbe di far fronte in modo almeno più omogeneo alla grande svolta che stiamo vivendo, cosa che sarebbe importante anche nel caso in cui il nuovo Noi che sarebbe auspicabile avere non riuscisse a nascere, visto che a quel punto l’Italia, che non basta ma che per fortuna abbiamo, resterebbe l’unico Noi su cui poter contare.

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