A poche ore dalla fine delle operazioni militari dell’Esercito popolare di liberazione attorno all’isola di Taiwan, le più vaste e imponenti da decenni, il leader cinese Xi Jinping è andato davanti alle telecamere per il tradizionale messaggio di inizio anno al mondo cinese, e ha detto che “i compatrioti su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan sono legati da vincoli di sangue più forti dell’acqua, e la tendenza storica verso la riunificazione nazionale è inarrestabile”. E’ un linguaggio consueto, molto simile a quello usato negli anni precedenti, ma che assume un valore più inquietante solo se unito alle attività in corso per isolare e “strozzare” l’indipendenza de facto della Repubblica di Cina, che la Repubblica popolare rivendica come proprio territorio anche se il Partito comunista cinese non l’ha mai governata. Nonostante le minacce (ma anche i dubbi internazionali) su una possibile unificazione con il territorio taiwanese attraverso l’uso della forza, il tono generale espresso da Xi l’altro ieri è stato quello dell’ottimismo: secondo l’analista cinese Zhai Xiang, il messaggio di inizio anno, più che un discorso, è “una conversazione annuale, che rivela come la Cina valuta l’anno appena trascorso e come comprende la strada davanti a sé”. In questa lettura, i temi affrontati servono prima di tutto a costruire la narrazione condivisa all’interno della leadership cinese, più che a persuadere interlocutori esterni. Soprattutto perché questo è un anno cruciale dal punto di vista economico, anche per via del rallentamento della crescita: a dicembre la Cina ha concluso il quattordicesimo piano quinquennale, e ha appena inaugurato il quindicesimo. “Le nostre capacità economiche, tecnologiche e di difesa nazionale, insieme alla nostra forza nazionale complessiva, hanno raggiunto nuovi livelli”, ha detto Xi, ma per arginare le “incertezze esterne” (lo scontro con l’America) i cinesi devono “rimanere ancorati ai nostri obiettivi, mantenere una ferma fiducia e sfruttare il nostro slancio”. A poche ore di distanza, anche il presidente taiwanese Lai Ching-te ha parlato ai suoi cittadini, e come Xi, anche lui ha parlato di unità, resilienza e storia, ma per definire concezioni opposte di legittimità e sovranità. La Cina viene citata direttamente da Lai per via delle sue “ambizioni espansionistiche”, e la difesa nazionale è presentata come una condizione fondamentale per la democrazia: senza una sicurezza credibile, ha detto Lai, non esisterebbe neppure lo spazio per il dissenso politico. E così il budget speciale per la Difesa, annunciato nelle scorse settimane, diventa una responsabilità trasversale, non una scelta ideologica, anche se ancora bloccato dalle opposizioni. Lai infatti non ha solo nemici esterni, dall’altra parte dello Stretto, perché la guerra cognitiva e d’influenza cinese sta dando i suoi frutti. Ieri la presidente del partito nazionalista Kuomintang, Cheng Li-wun, ha detto di sperare che partito di maggioranza – il Partito democratico progressista di Lai – e l’opposizione possano lavorare insieme per “la riconciliazione” con la Cina. Cheng è una figura divisiva perfino dentro al Kuomintang: eletta a ottobre, ha adottato un tono estremamente conciliatorio con Pechino, rivendicando la sua “identità cinese” e dichiarandosi pronta a incontrare Xi, che di recente le ha fatto recapitare un messaggio insolitamente esplicito sulla necessità di “promuovere insieme la riunificazione” – in molti parlano di un “aiutino” di Pechino nella sua elezione a capo dell’opposizione. Poche ore dopo il discorso di Lai sul valore della democrazia e della deterrenza di Taiwan, Chen Binhua, portavoce dell’Ufficio per gli affari dell’isola del Consiglio di stato cinese, ha definito il presidente eletto un “sabotatore della pace”, “creatore di crisi” e “istigatore di guerra”. Forse non a caso, definizioni molto simili a quelle che usano i putiniani per descrivere Zelensky.
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