In sintesi: La guerra nel Golfo persico entra nel suo 17° giorno con combattimenti che restano intensi e con effetti sempre più evidenti sull’economia globale. Il conflitto si riflette sui mercati energetici: il petrolio sopra i 100 dollari al barile; in Libano, dove proseguono gli scontri tra Israele e Hezbollah. L'Idf ha annunciato l'avvio di incursioni a terra; crescono gli appelli internazionali a un cessate il fuoco mentre a Washington il presidente Donald Trump affronta pressioni interne sulla gestione del conflitto; Trump ha minacciato di rinviare il vertice con Xi se non interverrà sullo stretto di Hormuz. Trump minaccia di rinviare il vertice con Xi Donald Trump ha minacciato di rinviare il vertice con il presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, programmato da tempo. Al Financial Times il presidente americano ha detto che "potrebbe rinviare" l'incontro, previsto per il 31 marzo a Pechino, se la Cina non invierà navi da guerra per contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Al momento la Cina ha reagito con estrema cautela alle richieste di assistenza navale avanzate da Trump per contrastare i tentativi dell'Iran di bloccare lo stretto, che rappresenta una via di transito per circa un quinto del petrolio mondiale. La Cina, il maggiore acquirente di petrolio iraniano, non ha ancora risposto direttamente alle dichiarazioni del presidente americano. Un portavoce del ministero degli Esteri cinese ha dichiarato che i funzionari di entrambi i paesi stavano discutendo i piani per il vertice e ha sottolineato che i colloqui diretti tra i leader erano essenziali. "La diplomazia dei capi di stato svolge un ruolo strategico e insostituibile nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti", ha dichiarato Lin Jian. A Parigi, il segretario del Tesoro Scott Bessent ha tenuto il secondo giorno di colloqui con He Lifeng, il suo omologo cinese, per finalizzare i preparativi per l'incontro. Era previsto che i due parlassero con i giornalisti lunedì pomeriggio, ora locale. La risposta dell'Ue a Trump Kaja Kallas, l'Alta rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri, ha risposto all'avvertimento di Donald Trump. Secondo il presidente americano la Nato si troverebbe ad affrontare un futuro "molto negativo" se gli alleati degli Stati Uniti non contribuissero alla riapertura dello Stretto di Hormuz. "È nel nostro interesse mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, ed è per questo che stiamo discutendo anche di cosa possiamo fare a questo proposito", ha dichiarato ai giornalisti prima di una riunione dei ministri degli Esteri a Bruxelles. Le misure che l'Europa può adottare per garantire la sicurezza di questa importante rotta marittima sono in cima all'agenda odierna. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha detto che "non mi sembra che la Nato abbia preso una decisione né che possa assumersi la responsabilità per lo Stretto di Hormuz. Se così fosse, gli organi della Nato se ne occuperebbero". Intanto il commissario europeo per l'energia, Dan Jorgensen, ha dichiarato che i funzionari europei stanno monitorando con apprensione i mercati dei carburanti. "Siamo ben consapevoli che non dobbiamo solo monitorare la situazione", ha detto ai giornalisti prima della riunione dei ministri europei dell'energia a Bruxelles. "Dobbiamo anche prepararci, perché la situazione potrebbe ulteriormente aggravarsi, e dobbiamo essere pronti ad adottare misure a breve termine per cercare di aiutare gli stati membri in tale situazione". Truppe di terra israeliane in Libano La guerra continua inoltre a estendersi oltre il territorio iraniano. In Libano gli scontri tra Israele e Hezbollah – movimento sostenuto da Teheran – si sono intensificati, con centinaia di vittime e nuovi sfollati. Le Forze di Difesa Israeliane (Idf) hanno dichiarato di aver avviato "operazioni di terra limitate e mirate contro le principali roccaforti di Hezbollah". L'Idf ha aggiunto che, prima dell'ingresso delle truppe nel Libano meridionale, sono stati condotti attacchi "contro numerosi obiettivi terroristici" nella zona e che l'operazione mirava a "rafforzare l'area di difesa avanzata" e a "smantellare le infrastrutture terroristiche" nella regione. Droni sull'aeroporto di Dubai Un attacco di droni iraniani ha incendiato un serbatoio di carburante all'aeroporto internazionale di Dubai nelle prime ore di lunedì, hanno riferito le autorità. L'attacco ha provocato un vasto incendio e costretto le autorità portuali a sospendere diversi voli in quello che normalmente è uno degli scali più trafficati al mondo (l'aeroporto ha servito oltre 95 milioni di passeggeri nel 2025). Il primo allarme è stato dato verso le 4 del mattino ora locale, l'incendio è stato domato all'alba. Secondo le autorità, non si sono registrati feriti e i danni sono contenuti. Già nei giorni scorsi l'Iran aveva avvertito che le infrastrutture e le banche di Dubai sono a loro avviso "obiettivi legittimi" da colpire. Nel fine settimana il regime iraniano ha inoltre invitato i civili a tenersi lontani dai principali porti. Lo stretto di Hormuz e la crisi energetica globale Il nodo centrale del conflitto resta il controllo dello stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso cui normalmente transita circa un quinto del petrolio mondiale. Dall’inizio della guerra, l’Iran ha minacciato e colpito navi commerciali e militari nella zona, riducendo quasi completamente il traffico marittimo. Secondo un report di Reuters, la chiusura di fatto della rotta energetica ha bloccato circa 15 milioni di barili al giorno di esportazioni petrolifere del medio oriente. Il prezzo del Brent ha superato i 100 dollari al barile, mentre gli Stati Uniti e i loro alleati stanno tentando di compensare la carenza con il rilascio di riserve strategiche e con l’aumento delle forniture da Arabia Saudita ed Emirati. Le misure, tuttavia, stanno mostrando efficacia limitata e diversi paesi asiatici – fortemente dipendenti dal petrolio del golfo – stanno già adottando politiche di razionamento energetico. Pressioni politiche su Washington Negli Stati Uniti, la guerra entra anche nel dibattito politico interno. Secondo analisi del Washington Post, il presidente Donald Trump si trova di fronte a un dilemma dopo le prime due settimane di conflitto: continuare la campagna militare per indebolire definitivamente il regime iraniano oppure cercare una via diplomatica prima che i costi economici e politici diventino troppo elevati. Lo stesso Trump, in diverse dichiarazioni pubbliche, ha sostenuto che le operazioni militari stanno ottenendo risultati significativi, ma allo stesso tempo ha chiesto agli alleati di contribuire alla sicurezza dello stretto di Hormuz con missioni navali di scorta alle petroliere. Gli appelli alla tregua Sul piano internazionale, si moltiplicano gli appelli per una cessazione delle ostilità. Papa Leone XVI ha definito la violenza "atroce" e ha invitato tutte le parti a fermare il conflitto e a riaprire canali diplomatici. Per ora, tuttavia, non emergono segnali concreti di de-escalation. Mentre gli attacchi continuano e la crisi energetica si aggrava, il conflitto nel golfo si conferma una delle più gravi crisi geopolitiche degli ultimi decenni, con conseguenze che vanno ben oltre il Medio Oriente.
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