Lunedì scorso, 2 marzo, i raid su Jebel Ali, il grande porto di Dubai, hanno colpito a circa venti chilometri da un complesso con 43 unità di desalinizzazione che produce circa 600 milioni di metri cubi d'acqua all'anno per la città. In Kuwait, detriti da un drone intercettato hanno causato un incendio alla centrale elettrica di Fujairah, che alimenta la desalinizzazione. Mentre il mondo guarda ai pozzi di petrolio e ai terminali del gas, al prezzo del Brent e alle rotte delle petroliere nello Stretto di Hormuz, c'è un'altra infrastruttura che tiene svegli i generali e i ministri del Golfo: gli impianti di desalinizzazione. Quelle fabbriche silenziose, disseminate lungo le coste della Penisola arabica, che ogni giorno trasformano l'acqua del mare in acqua potabile per circa cento milioni di persone. Senza di esse, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti non potrebbero esistere. Per capire la posta in gioco, bisogna prima capire dove si colloca il medio oriente nella mappa globale della scarsità d'acqua. Secondo UN-Water (il meccanismo interagenzia delle Nazioni Unite che si occupa di questioni idriche), 2,3 miliardi di persone, una su quattro nel mondo, vivono in paesi ad alto stress idrico. Come mostra la mappa qui sotto, sette dei dieci paesi più a rischio si trovano nella regione mediorientale e nordafricana: lì il livello medio di stress idrico è dell'820 per cento, il che significa che ogni anno si preleva otto volte più acqua di quanta ne venga prodotta dalle risorse rinnovabili. La logica è semplice: lo stress idrico è il rapporto tra quanta acqua un paese preleva e quanta la natura produce. Cento per cento significa che si preleva esattamente tutta l'acqua rinnovabile disponibile. Oltre il 100 per cento significa che si preleva più di quanto la natura ricostituisce. Quel surplus può venire da due fonti soltanto: o si svuotano le falde acquifere (estrazione non rinnovabile) o si desalinizza l'acqua del mare. I casi estremi sono eloquenti: l'Egitto tocca il 6.420 per cento di stress idrico. Il Bahrain il 3.878. Gli Emirati Arabi il 1.708. L'Arabia Saudita è all'883 per cento. Lo stress idrico è elevato anche per Teheran, al 72 per cento. Ironia della geopolitica, anche l'Iran – un altopiano montuoso e desertico la cui rete si basa su dighe e pozzi – soffre di una forte crisi idirca, aggravata dalla guerra dei dodici giorni dell'estate scorsa: nel 2025, il governo aveva persino valutato l'ipotesi di trasferire la capitale verso la costa. Nei paesi del Golfo, la risposta a questa dipendenza dalle tecnologie artificiali di produzione di acqua dolce, costruita nel corso di mezzo secolo con i proventi del petrolio, è una rete di quasi 450 impianti di desalinizzazione. Otto dei dieci più grandi al mondo si trovano nella Penisola arabica. Gli impianti vicini all'Iran, lungo il Golfo Persico e il Mare Arabico, producono da soli oltre il 30 per cento dell'acqua desalinizzata del pianeta. Tra tutti questi impianti, uno è diventato il simbolo della fragilità di questo sistema: Jubail, sulla costa saudita. Produce 1,6 milioni di metri cubi d'acqua al giorno e la invia a Riad attraverso un sistema di pipeline lungo circa 500 chilometri. Più del 90 per cento dell'acqua potabile della capitale saudita arriva da lì. In un cablo diplomatico del 2008, reso pubblico da WikiLeaks, l'ambasciata americana a Riad era stata molto esplicita: in caso di attacco a Jubail, “Riad dovrebbe essere evacuata entro una settimana”. E ancora: “L'attuale struttura del governo saudita non potrebbe esistere senza l'impianto di desalinizzazione di Jubail”. Da allora i sauditi hanno investito in ridondanza e protezione. Ma tutti gli impianti rimangono vulnerabili e tutti si trovano nel raggio d'azione dei missili iraniani. Gli analisti di Macquarie, Thierry Wizman e Gareth Berry, hanno scritto ai loro clienti in questi giorni che “colpire infrastrutture chiave come gli impianti di desalinizzazione segnerebbe un'escalation importante del conflitto”. È un eufemismo diplomatico. Significherebbe trasformare una guerra già devastante in una crisi umanitaria senza precedenti. Il problema è che colpire un impianto di desalinizzazione è piuttosto facile mentre difenderlo è abbastanza difficile. Gli impianti si trovano tutti sulla linea di costa, i tubi di aspirazione che pompano l'acqua marina nelle membrane sono facili da mappare e ancora più facili da sabotare. Sono strutture insostituibili, costose, enormi e altamente visibili: l'equivalente infrastrutturale di una portaerei. Il punto è che, oggi, la guerra è cambiata, come dimostra plasticamente il conflitto in Ucraina. Un drone economico può fare danni che richiedono mesi di riparazione. I paesi del Golfo hanno costruito in questi anni sistemi di difesa aerea stratificati (Patriot, sistemi di intercettazione a corto raggio, reti integrate con gli americani). Alcuni impianti sono stati protetti fisicamente con barriere perimetrali e sistemi anti-drone. Il Qatar, dopo che nel 2025 il suo primo ministro aveva avvertito che un attacco potrebbe lasciare la regione senza acqua, ha costruito 15 grandi riserve idriche di emergenza. Inoltre uno sversamento di petrolio potrebbe inquinare l'acqua marina che alimenta l'intera rete di desalinizzazione. Nel gennaio 1991, le truppe irachene di Saddam Hussein aprirono i rubinetti di un oleodotto kuwaitiano, riversando milioni di barili di greggio nel Golfo. L'obiettivo era duplice: ostacolare uno sbarco anfibio delle forze alleate e inquinare il mare sperando di danneggiare gli impianti di desalinizzazione sauditi. Funzionò solo in parte (vennero installati sbarramenti protettivi alle valvole di aspirazione) ma il Kuwait perse gran parte della sua capacità e per anni dovette importare acqua dalla Turchia e dall'Arabia Saudita. E allora perché, finora, Teheran non ha colpito gli impianti di desalinizzazione? Sarebbe una violazione del diritto internazionale umanitario, ma oltre al peso (realativo) della Convenzione di Ginevra, ci sono ragioni più convincenti. La prima: secondo alcuni analisti, Teheran sta comunicando implicitamente ai vicini del Golfo che può fare molto peggio, nella speranza che qualcuno convinca Washington a fermarsi. È la stessa logica che, nel 2025, portò in dodici giorni alla fine della guerra con Israele: Teheran attutì gli attacchi ai siti americani e al Qatar, Doha fece da mediatore, e la pace fu chiusa in fretta. La seconda ragione è la deterrenza reciproca. Anche le infrastrutture idriche iraniane sono vulnerabili e Israele e gli Stati Uniti lo sanno. L'Iran dipende da una rete di grandi dighe e invasi nell'entroterra per l'acqua potabile, l'irrigazione e una quota significativa della sua produzione elettrica. Colpire quelle dighe o le reti di distribuzione che alimentano Teheran, già al limite dopo sei anni di siccità e con le riserve degli invasi principali ridotte a un quinto della capacità, causerebbe una catastrofe umanitaria comparabile a quella che un attacco agli impianti del Golfo provocherebbe dall'altra parte. Una distruzione mutua assicurata, idrica anziché nucleare: nessuno dei due fronti ha interesse ad aprire quel vaso di Pandora. Ma l'Iran sa che militarmente non può vincere contro la macchina da guerra israelo-americana. Le sue opzioni sono due: resistere nella speranza che il costo economico e politico diventi insostenibile per i nemici, oppure alzare il livello del conflitto. L'attenzione del mondo è sui pozzi di petrolio. Ma la mano che tiene in vita il Golfo stringe un rubinetto d'acqua.
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