Hormuz è un'isola di appena 42 chilometri quadrati e con 3.000 abitanti. Non ha vegetazione autoctona e l'acqua potabile gli arriva dall'Iran continentale attraverso un acquedotto. Lo stretto che da essa prende il nome, con una caratteristica conformazione a gomito, è appena 60 chilometri per 30 tra lo stesso Iran e la penisola Musandam, exclave dell'Oman nel territorio degli Emirati Arabi Uniti. Ma da questa strettoia bisogna passare per arrivare da quello che nel mondo è chiamato Golfo Persico e molti arabi definiscono Golfo Arabico, al Golfo di Oman, che porta nell'Oceano Indiano aperto. Per un singolare capriccio della geologia, lungo le coste del Golfo Persico è estratto il 30 per cento di tutto il petrolio mondiale, e c'è addirittura il 65 per cento di tutte le riserve. E sempre sulle coste del Golfo Persico si affacciano il secondo, terzo, quarto e quinto produttore di gas del mondo. Tutta la costa nord del Golfo Persico appartiene all'Iran, mentre dall'altra parte si succedono Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar e Oman, con un bel po' di basi militari americane. Nel momento in cui è sotto attacco, per il regime di Teheran è la risposta più dura che può provare a dare quella di chiudere il budello da cui secondo i dati forniti dalla società di consulenza energetica Kpler, nel 2025 sono transitati oltre 14 milioni di barili al giorno. Circa un terzo delle esportazioni totali via mare di greggio a livello globale. Circa tre quarti di questi barili sono destinati ai mercati asiatici, in particolare a Cina, India, Giappone e Corea del Sud. La Cina, in quanto seconda economia mondiale, dipende da questo passaggio per la metà delle sue importazioni di greggio. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno recentemente comunicato il divieto di transito per qualsiasi nave, e ne hanno anche concretamente attaccate tre, costringendo i principali armatori, trader e colossi del settore petrolifero a sospendere le spedizioni di greggio, prodotti raffinati e gas naturale liquefatto attraverso questo passaggio. Alcune petroliere stanno dunque provando a modificare le loro rotte, altre restano in attesa. Secondo gli analisti, una chiusura prolungata spingere il prezzo del Brent oltre i 100 dollari al barile, e sono problemi anche per chi aveva provato a sostituire il gas russo con quello del Qatar. Chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno può forse ipotizzare una forte spinta verso la transazione energetica. Per ora, comunque, dopo essere cresciuto dell’8 per cento nelle prime operazione mattutine sui mercati asiatici, l’aumento del Brent si è ridimensionato al 4 per cento. Va però detto che malgrado le minacce in passato il passaggio non è ma stato chiuso, malgrado sulle sue rive si siano combattute guerre devastanti. In particolare, quella tra Iran e Iraq, e quella del Kuwait. A un certo punto, tra 1987 e 1988 l'Occidente mandò anche un po' di navi da guerra per scortare le petroliere, dopo che i contendenti Iran e Iraq per uscire da un defatigante stallo che esauriva entrambi si misero ad attaccare anche il traffico marittimo neutrale, con battelli armati e mine. La Ue costituì allora un apposito nucleo di comando presso la sede del Consiglio Ueo a Londra, col compito di coordinare gli interventi navali europei e collaborare con gli Stati Uniti. Oltre a Regno Unito, Francia, Paesi Bassi e Belgio, con l'Operazione Golfo Uno mandò unità anche l'Italia, dopo che nella notte tra il 2 e il 3 settembre 1987 la motonave portacontainer italiana Jolly Rubino era stata attaccata dai Pasdaran al largo dell'isola di Farsi, col ferimento di alcuni membri dell'equipaggio. Le Fregate Grecale, Scirocco e Perseo, assistite dal rifornitore di squadra Vesuvio, dai cacciamine Milazzo Sapri e Vieste e dalla nave ausiliaria Anteo, furono poi avvicendate dalle fregate Lupo, Libeccio e Zeffiro e dal cacciamine Lerici; poi dalle fregate Aliseo Espero e Orsa e i cacciamine Loto e Castagno con il rifornitore Stromboli, cui si aggiunsero le fregate Euro e Sagittario. Per approfondire:
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