L’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato ucciso in un attacco aereo condotto da Stati Uniti e Israele contro la sua abitazione nel quartiere di Narmak, nella zona nordorientale di Teheran. A riferirlo è l’agenzia iraniana Ilna, vicina agli ambienti governativi, secondo cui nel raid sarebbero morti anche alcune guardie del corpo dell’ex capo dello stato. Uno sviluppo se vogliamo sorprendente, visto che ultimamente non contava più niente. Aveva provato per ben tre volte a ricandidarsi per la presidenza, ma sia nel 2017 sia nel 2021 e nel 2024 il Consiglio dei Guardiani della rivoluzione lo aveva bloccato. Probabilmente, anche per certe sue recenti posizioni critiche, che possono sorprendere chi lo ricorda al potere. Con l'Iran che è uno dei principali fornitori di materiale militare, partner contro le sanzioni e alleato politico della Russia, per esempio, il 2 marzo 2022 su Twitter Ahmadinejad aveva espresso un clamoroso appoggio a Zelensky, scrivendo che la resistenza ucraina aveva “smascherato i complotti satanici dei nemici dell'umanità”. Ma già aveva manifestato sostegno alle proteste del 2018 e 2019, e nel gennaio del 2023 si era pure schierato a favore della protesta per l’uccisione di Mahsa Amini. “Il regime ascolti la voce del popolo, o non avrà altre chance”, aveva detto in un video. E nel 2024 era stato invitato a sorpresa a Budapest, in un’università, come esperto ambientalista. Gli analisti lo descrivevano da tempo come una sorta di “personalità multipla”. Capace di adattarsi all’interlocutore e al contesto, modulando toni e argomenti con pragmatismo, ma restando sempre fedele alla propria visione. A seconda delle circostanze poteva presentarsi come ingegnere razionale, mistico ispirato o nazional-rivoluzionario in stile castrista. Era l’uomo dell’asse antiamericano con Chávez, ma anche quello che, in altri momenti, lasciava intravedere aperture a Obama. Basta rileggere le lettere che inviava ai leader mondiali – e che poi pubblicava sul suo blog – per cogliere questa ambivalenza. Al “signor George Bush, presidente degli Stati Uniti d’America” non riservò insulti, bensì osservazioni misurate sulle contraddizioni tra la sua politica e l’“essere seguaci di Gesù Cristo”. Arrivò a insinuare dubbi sulle “verità ufficiali” dell’11 settembre, precisando però che si trattava “solo di un’ipotesi ragionata”, e concluse rassicurando il destinatario: “signor presidente, non è mia intenzione mettere in imbarazzo nessuno”. Tradizione mercantile levantina e millenaria diplomazia persiana a parte, la Repubblica islamica affonda le sue radici in una cultura in cui la dissimulazione è elevata a virtù. Nella dottrina sciita la taqiyya, la “dissimulazione”, è ammessa come strumento per proteggere la comunità dei fedeli. Allo stesso tempo, nello sciismo duodecimano convive una forte tensione escatologica, un’attesa messianica che nella storia recente ha alimentato anche il culto del martirio. In Mahmoud Ahmadinejad, millenarismo apocalittico e modernità tecnocratica hanno trovato una sintesi peculiare. Nato nel 1956 ad Aradan, figlio di un fabbro, nel 1976 si classificò centotrentaduesimo su circa 400 mila candidati al durissimo esame di ammissione alla facoltà di Ingegneria civile dell’Università iraniana di Scienza e Tecnologia. Fu uno studente brillante, arrivò al dottorato in ingegneria dei trasporti e all’insegnamento universitario. Ma tra un esame e l’altro trovò il tempo di partecipare all’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran (1979-1981) e, secondo diverse ricostruzioni, di interrogare ostaggi statunitensi nel carcere di Evin (qui un approfondimento). Dopo la rivoluzione ricoprì incarichi amministrativi: governatore della provincia di Ardabil e, tra il 2003 e il 2005, sindaco di Teheran. Come primo cittadino chiuse fast food, impose codici di abbigliamento più severi ai dipendenti comunali e vietò campagne pubblicitarie considerate “decadenti”, come quella con David Beckham. Allo stesso tempo, si costruì una reputazione di amministratore efficiente e vicino ai ceti popolari, anche grazie a programmi assistenziali e distribuzioni di pasti gratuiti, che restarono uno dei pilastri del suo consenso. Nel 2005 fu persino tra i 65 finalisti del premio internazionale WorldMayor. Eletto presidente nel giugno 2005, dopo una campagna segnata da accuse di irregolarità, inaugurò il mandato con toni rivoluzionari: parlò di una nuova fase della rivoluzione islamica destinata a “estirpare dal mondo le radici dell’ingiustizia”. Pochi mesi dopo provocò un’ondata di indignazione internazionale profetizzando la “sparizione dalle carte geografiche” di Israele e definendo l’Olocausto “un mito”. Nel dicembre 2006 organizzò a Teheran una conferenza revisionista sulla Shoah, con la partecipazione di noti negazionisti (leggi di più a questo link). Sul piano nucleare, decise di rompere i sigilli della centrale di Natanz e riprendere il programma di arricchimento dell’uranio sospeso dal governo riformista di Khatami, arrivando a far approvare una legge che ne rendeva automatica la ripresa in caso di deferimento al Consiglio di sicurezza dell’Onu. In politica estera alternava l’asse antiamericano con Hugo Chávez a lettere dai toni sorprendentemente pacati indirizzate ai presidenti americani. Il suo stile era insieme populista e aggressivo, e spesso volutamente volgare per gli standard della retorica iraniana. Nel 2010, attaccando Barack Obama, usò l’espressione “mameh-ro lulu bord” – “l’uomo nero si è preso la tetta” – frase infantile mai pronunciata prima da una massima carica dello stato (continua a leggere qui). Uscite di questo tipo gli procurarono critiche anche tra i clan clericali più influenti, compresi i Larijani. Il sistema politico iraniano, strutturato su un doppio livello – istituzioni elettive come presidente, governo e Majlis da un lato, e dall’altro organismi religiosi come l’Assemblea degli Esperti, il Consiglio dei Guardiani e il Consiglio per il Discernimento – finì per limitarne l’ascesa. Dopo i due mandati (2005-2013) fu nominato dalla Guida suprema Ali Khamenei membro del Expediency Discernment Council, ma negli anni successivi entrò in rotta di collisione con l’establishment religioso. A un certo punto, tra gli ayatollah prese piede il sospetto che il suo integralismo fosse anche uno strumento per erodere il loro potere. Nel 2021 riemerse sulla scena con una nuova vita social, cercando di rilanciarsi politicamente nonostante l’ostilità del clero, e con un livello di approvazione non trascurabile (leggi: la nuova vita social di Ahmadinejad). La sua parabola resta quella di un leader capace di incarnare, allo stesso tempo, il tecnocrate moderno, il tribuno populista e il rivoluzionario millenarista – e di muoversi tra questi ruoli con una disinvoltura che ha segnato un’epoca della Repubblica islamica.
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