Si narra che Deng Xiaoping, l’esponente cinese caduto in disgrazia nella Rivoluzione culturale e poi riemerso fino a succedere a Mao Zedong, descrivesse così la propria strategia di sopravvivenza politica: “Mai esprimere opinioni finché non si possono esprimere ordini”. Non è il metodo seguito da Kevin Warsh, il finanziere americano scelto da Trump per succedere al presidente della Fed Jay Powell. Di lui si conoscono decine di prese di posizione, spesso in contraddizione, con l’apparente filo conduttore di rendersi gradito ai politici in carica (circola in rete un grafico che ne documenta le giravolte). La massima del cinese potrebbe forse essere adattata: “Mai esprimere opinioni coerenti se si vuole arrivare a esprimere ordini”. Gli osservatori oggi cercano di interpretarne il pensiero sui temi che contano: tassi di interesse, corso del dollaro e, soprattutto, la madre di tutte le questioni: come si comportarà nella prossima crisi finanziaria? Farà come Ben Bernanke, che nel 2008 ha usato tutti i mezzi a disposizione per salvare il sistema? O come i banchieri laissez faire degli anni 30 che, contando sul requilibrio spontaneo dell’economia, hanno lasciato che si scatenasse la Grande depressione? Perché una crisi ci sarà, e alcune tendenze (cripto, deregulation, finanza-ombra) fanno ritenere che le condizioni comincino a esserci. Quando verrà il momento, la reazione della Fed sarà determinante. Negli anni della crisi e della temuta deflazione, quando era nel consiglio della Fed, Warsh si è espresso contro le operazioni di salvataggio (quantitative easing) ritenendole inflazionistiche e lesive della disciplina del mercato – senza però mai registrare un formale dissenso. Oggi che l’economia va a tutto vapore e l’inflazione supera l’obiettivo, dice che i tassi devono essere ridotti. Ha difeso l’indipendenza della banca centrale, ma solo su questioni di politica monetaria. Sostiene un ruolo della banca centrale limitato, esclusivamente monetario, e un bilancio anch’esso limitato, smobilizzando i titoli accumulati nella crisi. Questo è ciò risulta agli atti, ma se il filo conduttore è quello che abbiamo detto, arrovellarsi sui suoi pronunciamenti è inutile. Oggi Warsh non deve più rendere conto a nessun politico. Giovane e ambizioso, penserà alla propria carriera e soprattutto eredità storica. Fra quattro anni dovrà farsi rinominare, ma da un inquilino della Casa Bianca diverso e di colore politico incerto. Condizioni e incentivi che cambiano e che potrebbero portarlo ad avvicinarsi alla figura classica del banchiere centrale più di quanto qualunque dichiarazione passata possa far ritenere. Forse pagherà pegno alla politica su questioni sensibili ma non di stretta pertinenza, per esempio lasciando mano libera all’esecutivo nelle regole della finanza. Ma dovrà essere cauto sulla politica monetaria. Non solo per non essere messo in minoranza nel comitato che decide su queste questioni, che lui presiede ma non controlla, ma per evitare reazioni nei mercati che potrebbero imbarazzarlo. Smagrire il bilancio della Fed comporta un aumento dei rendimenti a lungo termine, con onere ulteriore per un Tesoro molto indebitato. Se associata a un calo dei tassi, la manovra rischia di produrre una combinazione autolesionista: tassi che scendono a breve e salgono a lunga segnalano, da sempre, una banca centrale debole e poco credibile. Un risultato assolutamente da evitare, specie all’inizio del mandato. Una cartina al tornasole sarà il rapporto con le altre banche centrali. I governatori dell’occidente hanno salutato la sua nomina con soddisfazione, magari per il sollievo di vedere evitate altre soluzioni. Ma sono le stesse persone che avevano espresso solidarietà e vicinanza a Powell, la cui gestione egli ha ripetutamente criticato. La cooperazione fra le banche centrali comporta l’erogazione di dollari al resto del mondo con accordi di swap e linee di credito. Queste operazioni, cruciali per prevenire e gestire le crisi, potrebbero essere considerate dai falchi dell’Amministrazione in contrasto col principio dell’America first. Avrà il successore di Powell la convinzione e la forza per confermare questi accordi sulla stessa base del passato? La verità è che il neo-presidente Kevin Warsh è un libro bianco tutto da scrivere. I suoi ondeggiamenti passati lasciano spazio di manovra; molti economisti ortodossi oggi lo sommergono di critiche, ma forse è giusto lasciargli il beneficio del dubbio. D’altro canto, resta da capire se una personalità così “strategica” (in un altro vocabolario si chiamerebbe “opportunista”) sia la più adatta per reggere il timone nelle acque turbolente che si preparano per la finanza e l’economia mondiale.
Continua a leggere su "Il Foglio"