Quest’anno il Super Bowl non è Maga: Trump diserta e attende le medaglie da Milano-Cortina

07/02/2026 08:05 Il Foglio

Alla Casa Bianca questo fine settimana c’è più interesse per Milano-Cortina che per il sessantesimo Super Bowl, l’evento sportivo dell’anno per gli americani. Dalle piste da sci e dagli impianti del ghiaccio italiani, Donald Trump si aspetta che arrivi un buon numero di medaglie del suo metallo preferito, l’oro, per poter poi accogliere gli atleti olimpici nello Studio Ovale e rivendicare che l’America anche nello sport è “great again”. Magari sperando che qualche campione gli faccia dono di una medaglia, come ha fatto Maria Corina Machado con quella del Nobel per la pace. Le Olimpiadi servono a Trump per smaltire un po’ di rabbia accumulata per un Super Bowl che quest’anno a suo avviso è troppo woke e di sinistra. Nonostante si tratti di un’edizione importante, la numero LX (il football americano ama i numeri romani e i richiami ai gladiatori del Colosseo), il presidente l’ha snobbata e non si farà vedere a Santa Clara, la località della California che ospita la finalissima. Nello stadio affacciato sulla baia di San Francisco si affrontano, nella notte italiana tra domenica e lunedì, i Seahawks di Seattle e i New England Patriots, e Trump ha scelto di non presenziare perché – ha detto – l’evento è “troppo lontano da Washington”. In realtà la finale dello sport più popolare d’America, con oltre cento milioni di persone incollate alla tv, stavolta ai suoi occhi ha un altro problema: non è una celebrazione della sua presidenza. Anzi, è diventata un mix di molte cose che non scaldano certo i cuori del mondo Maga. Lo stadio è in mezzo alla regione più progressista della California e le due squadre finaliste provengono dallo stato di Washington e dal Massachusetts, luoghi che non votano per un presidente repubblicano dal lontano 1988. Non bastasse, gli organizzatori della Nfl hanno invitato per lo show di metà partita – uno dei momenti televisivi più importanti dell’anno – la superstar portoricana Bad Bunny (nome d’arte di Benito Antonio Martinez Ocasio), fresco vincitore del Grammy Award, insieme alla band pop-punk Green Day. Artisti noti per essere molto duri con Trump e con i raid anti-immigrazione dell’Ice. “Una scelta terribile, serve solo a portare odio”, ha commentato il presidente, dicendosi inorridito per i cantanti prescelti. Niente bis quindi della visita dello scorso anno al Super Bowl ospitato a New Orleans, quando Trump divenne il primo presidente in mezzo secolo ad assistere in tribuna a una finalissima del football.     Lo sport per The Donald è fondamentalmente un’occasione per celebrare sé stesso e ha senso prendere parte agli eventi sportivi solo se c’è un ritorno d’immagine. È stato così per tutta la sua carriera, fin da quando negli anni Ottanta del secolo scorso comprò una squadra di football in New Jersey solo per finire sui giornali e sfidare tutta la federazione, cercando di controllarla a colpi di denunce in tribunale e conferenze stampa. O quando nei suoi casinò ad Atlantic City ospitava grandi match di boxe o wrestling pretendendo di essere al centro dell’attenzione e del ring. L’unico sport che ha praticato in prima persona è il baseball, lasciandosi dietro anche qui un po’ di controversie: in discorsi e interviste ha sostenuto più volte di essere stato da giovane una star, a un passo da una carriera da professionista, ma gli indizi raccolti da giornalisti e biografi non corroborano il racconto di un Trump “stellare” sui campi da baseball (con la mazza e il guantone, comunque, se la cavava piuttosto bene). Il rifiuto di presenziare alla finale di Santa Clara stride ancora di più alla luce del fatto che il 19 gennaio il presidente è invece andato a Miami ad assistere al match conclusivo del campionato di football dei college, che in America ha un seguito enorme, non molto diverso da quello dei professionisti della Nfl. In Florida Trump ha avuto il bagno di folla che cercava e si è congratulato con gli Indiana Hoosiers, la squadra dei miracoli, che ha battuto i Miami Hurricanes beniamini di casa, coronando un anno sorprendente: da quando alla guida è arrivato il coach Curt Cignetti i ragazzi dell’Indiana hanno vinto tutto, trascinati dal quarterback di origini spagnole e cubane Fernando Mendoza. Nella seconda presidenza di Trump lo sport sta assumendo un ruolo centrale per la narrazione di una nuova America “great again” che cresce in patria e domina nel mondo. Un paio di settimane fa il presidente ha accolto alla Casa Bianca i Florida Panthers, vincitori quest’anno della Stanley Cup, il trofeo assegnato nel campionato di hockey su ghiaccio. Sono stati solo gli ultimi di una lunga serie di campioni esibiti nello Studio Ovale insieme ai loro trofei, che Trump molto spesso solleva come fossero suoi. Presto toccherà senz’altro anche agli Hoosiers, nonostante l’Indiana stia dando molti dispiaceri a Trump – i repubblicani locali si sono ribellati alla sua richiesta di cambiare i distretti elettorali per avere un vantaggio nelle elezioni di Midterm – e nonostante Mendoza, vincitore dell’Heisman Trophy come miglior giocatore universitario, sia un figlio di immigrati: le controversie sull’operato dell’Ice sono sempre in agguato.    C’è anche molta attesa per vedere se il team a stelle e strisce dell’hockey tornerà dall’Italia e dal palazzetto del ghiaccio di Santa Giulia con una medaglia, possibilmente d’oro, dopo due olimpiadi invernali nelle quali gli americani non avevano partecipato perché non volevano spostare le date del campionato domestico. In quel caso, l’invito alla Casa Bianca è garantito. Sicuramente il presidente esibirà in ogni modo possibile gli ori olimpici americani con il logo di Milano-Cortina. E se ci fosse un trionfo nell’hockey verrebbe probabilmente celebrato come quello ormai mitologico di Lake Placid nel 1980, quando il Team Usa sconfisse i fortissimi sovietici in quello che Hollywood ha celebrato più volte come il “Miracle on ice”. Ma le vere opportunità di sfruttare lo sport a fini politici Trump le avrà più avanti. La sua seconda presidenza gli offre la possibilità di ospitare ed esibire alcuni momenti di rilievo planetario, come era successo a Vladimir Putin con la doppietta delle Olimpiadi di Sochi nel 2014 e dei Mondiali di calcio nel 2018. Il presidente americano si appresta a ospitare a giugno (in scomoda coabitazione con Canada e Messico) le partite per la coppa del mondo della Fifa e avrà poi nel 2028, il suo ultimo anno alla Casa Bianca, un’altra passerella planetaria con le Olimpiadi di Los Angeles. Il calcio, uno sport di cui non sa quasi nulla, sta dando a Trump grandi soddisfazioni nell’era di Gianni Infantino, il capo della Fifa che è da anni un ottimo amico del presidente e non perde occasione per portargli trofei e campioni nello Studio Ovale. La scorsa estate, Infantino ha fatto sbarcare negli Stati Uniti alcuni dei più grandi campioni planetari grazie alla Coppa del mondo per club e con l’occasione ha provveduto a donare la versione originale del trofeo a Trump, che ora la tiene in bella evidenza vicino alla scrivania. L’evento estivo è stato la perfetta rappresentazione del concetto trumpiano di sport come autocelebrazione. A capirlo bene è stato John Elkann, che insieme a Infantino ha portato in visita nello Studio Ovale la squadra della Juventus, creando però involontariamente un momento surreale: i bianconeri schierati alle spalle di Trump mentre il presidente parlava con i giornalisti americani di tutt’altro, mandando minacce all’Iran sotto gli sguardi perplessi e imbarazzati di Vlahovic, McKennie e compagni.    L’estate calcistica 2025 è stata però solo il test e la prova generale di quello che avverrà quest’anno con i Mondiali, che Infantino ha già trovato più volte l’occasione di collegare con le vicende geopolitiche che stanno a cuore a Trump. L’infaticabile presidente della Fifa è riuscito a infilarsi lo scorso ottobre a Sharm El-Sheikh, in Egitto, in mezzo ai capi di stato e di governo al vertice nel quale il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la tregua per Gaza e due mesi dopo, in occasione dei sorteggi per il Mondiale calcistico, ha consegnato a Trump il primo “premio per la pace” delle Fifa, per consolarlo della mancata vittoria del Nobel. Quello che Trump intende fare nei prossimi mesi, con l’aiuto di Infantino, è inserire la coppa del mondo nella grande narrazione dei 250 anni degli Stati Uniti, che culminerà il 4 luglio con i festeggiamenti per l’anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza. La ricorrenza cade nel pieno dei Mondiali, nei giorni in cui saranno in corso gli ottavi di finale e andrà a incrociarsi con molteplici altri eventi sportivi pensati per esaltare l’America e soprattutto il suo presidente. Pochi giorni fa Trump ha riunito alla Casa Bianca i responsabili delle federazioni dei quattro maggiori sport americani – football, baseball, basket e hockey – e a tutti ha chiesto di collaborare con la “White House Task Force 250” per mettere i loro campioni a disposizione delle celebrazioni. Un ruolo importante ce l’avranno poi gli sport dei motori, di cui il presidente apprezza il grande potenziale d’immagine. La Formula 1 è da alcuni anni popolarissima negli Stati Uniti e anche quest’anno offre ben tre gran premi a stelle e strisce dove è diventato consueto vedere Trump aggirarsi tra i box: si comincia a maggio a Miami, poi a ottobre ad Austin in Texas e infine a Las Vegas a novembre. Ma sarà soprattutto la Formula Indy, quella della mitica 500 miglia di Indianapolis, a rivestire un ruolo importante: tra il 21 e il 23 agosto si disputerà per la prima volta il Gran Premio di Washington, battezzato “Freedom 250”, con i bolidi che sfrecceranno su un inedito circuito cittadino sul National Mall, tra il Lincoln Memorial e il Campidoglio. Ce n’è quanto basta per Trump per rifarsi del mancato ritorno d’immagine al Super Bowl. E buona parte del mondo sportivo sembra essersi messa a disposizione delle sue richieste. Niente di nuovo sotto il sole. Fin dai tempi dell’antica Roma lo sport è sempre stato visto come potente strumento di propaganda e di potere da chi ha un’idea autoritaria e personalistica del governo del paese. I regimi dittatoriali novecenteschi hanno utilizzato i grandi eventi sportivi come vetrina del successo delle nazioni che li ospitano: basta ricordare i mondiali di calcio fascisti nell’Italia del 1934; la gigantesca macchina narrativa costruita da Adolf Hitler per le olimpiadi “ariane” del 1936 (rovinate però, agli occhi del dittatore, dalle vittorie del velocista e saltatore nero Jesse Owens); le vittorie europee del Real Madrid utilizzate in chiave di propaganda da Francisco Franco; le olimpiadi e gli eventi internazionali ospitati dall’Unione Sovietica e dai paesi dell’Est europeo come momenti di celebrazione del comunismo. La Cina utilizzò le Olimpiadi di Pechino del 2008 come momento di visibilità globale per mostrare il proprio ritorno al ruolo di superpotenza.    Per Trump le Olimpiadi del 2028, le prime negli Usa da quelle invernali di Salt Lake City del 2002, si presentano già come l’occasione di celebrare un’intera era della vita pubblica americana dominata dall’ideologia Maga e dal culto del leader del movimento. Il presidente ha scelto di guidare in prima persona la task force della Casa Bianca incaricata di coordinare i Giochi di Los Angeles (con J.D. Vance come vice), ha rivendicato il merito di averli ottenuti nella sua prima presidenza e intende in buona parte “commissariare” la California nella gestione. Per garantire la sicurezza delle Olimpiadi, il presidente ha già detto più volte che intende mandare la Guardia nazionale nella città californiana, creando non poche tensioni con il governatore Gavin Newsom - che nel 2028 sarà probabilmente in corsa per la Casa Bianca - e con le autorità locali. I Giochi di Los Angeles coincideranno con gli ultimi mesi di vita politica di Trump, alla fine del suo secondo mandato, e il presidente ha già dato un assaggio di come intende gestirli in chiave di propaganda. Durante la cerimonia alla Casa Bianca per l’avvio delle attività della task force olimpica, il capo del comitato organizzatore Casey Wasserman si è presentato con un dono: un set di medaglie di oro, argento e bronzo delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984. A Trump sono brillati gli occhi, ha mostrato le medaglie ai fotografi e poi ha chiesto a Wasserman, scherzando ma non troppo: “Posso dire che le ho vinte io?”.   

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