L’uomo di Trump o di Wall Street? Molti se lo sono chiesto non appena è uscita la notizia che il presidente ha nominato Kevin Warsh nuovo presidente della Federal Reserve. Se lo son detti i trader che hanno comprato dollari e venduto sia oro sia criptovalute, conoscendo l’avversione del candidato (dovrà essere confermato dal Senato) per la moneta facile, l’inflazione, il debito, lo spendi e spandi. Se lo sono passati di bocca in bocca gli gnomi della borsa ricordando quanto Warsh si sia dato da fare durate la grande crisi finanziaria per salvare le grandi banche. Poi gli uni e gli altri hanno rimuginato il diktat di Trump: “Nessuno che non sia d’accordo con me andrà mai a guidare la banca centrale”. Così, nell’insieme la reazione del mercato finanziario in apertura è stata cauta se non proprio fredda. Vedremo quanto peserà il passato, quanto Warsh sarà indipendente, quanto sarà rassicurante verso Big Money che negli ultimi tempi ha incrociato i ferri con Trump: non solo Jamie Dimon, il big boss di JP Morgan o Ray Dalio, il fondatore di Bridgewater il più grande hedge fund al mondo o persino Fink, “l’amico Larry” che guida BlackRock, insomma i tre re di denari. Molti sostengono che dietro la scelta ci sia lo zampino di Ronald Lauder, patron del colosso del beauty Estée Lauder, repubblicano della prim’ora (Reagan lo nominò ambasciatore in Austria), nonché presidente del congresso ebraico mondiale dal 2007. Sarebbe stato Lauder a mettere in testa a Trump l’idea di prendersi la Groenlandia. Warsh fa parte della famiglia perché ha sposato Jane Lauder la figlia di Ron. A pensar male a volte ci si azzecca. Nominato da George W. Bush nel consiglio della Fed quando aveva solo 35 anni, suscitando sospetto per la sua età, Warsh si era guadagnato il sostegno e la stima di Ben Bernanke che durante la grande crisi finanziaria lo ha usato come “ambasciatore” a Wall Street, dove aveva lavorato a Morgan Stanley. In compenso il giovanotto difese l’economista allora capo della Fed presso gli ortodossi del partito repubblicano contrari ai mega salvataggi bancari. Non gli è riuscito allora di fondere Citigroup e Goldman Sachs, invece ha salvato la pelle ai suoi ex colleghi trasformando Morgan Stanley in holding bancaria in modo da avere accesso ai prestiti della Fed. Warsh è un conservatore in politica monetaria e un esponente della vecchia guardia repubblicana, o almeno lo è stato. In teoria dovrebbe agire in continuità con Jerome Powell, nei fatti si è guadagnato il posto facendo campagna per una riduzione rapida e consistente dei tassi d’interesse, battendo così Kevin Hasset , formalmente il più vicino consigliere di Trump, Christopher Waller che nel consiglio dei governatori della Fed ha votato contro Powell, e Rick Rider di BlackRock. Warsh è nato nel 1970 ad Albany nello stato di New York (oggi vive in un lussuoso appartamento a Manhattan) da una famiglia ebraica, più giovane di tre figli. Ha studiato a Stanford dove ora insegna e alla Harvard Law School dove si è laureato con lode. A 25 anni entra in Morgan Stanley, si occupa di fusioni e acquisizioni, sale fino al ruolo di direttore esecutivo quando nel 2002 Bush jr. lo nomina segretario del National economic council. Si crea un rapporto di fiducia tale che quattro anni dopo Warsh entra nella Fed. La grande crisi è la sua prova del fuoco che supera brillantemente, poi si scontra con la politica economica di Obama: troppi sostegni all’economia avrebbero creato inflazione senza migliorare la disoccupazione arrivata al 9,5 per cento. Sotto i suoi strali finisce anche il Quantitative easing. La Fed per statuto ha due compiti: stabilità monetaria e sostegno all’occupazione; secondo Warsh la banca centrale deve privilegiare il primo, lasciando che le forze di mercato aumentino i posti di lavoro. Così diventa una voce critica fino a sviluppare una politica alternativa. Nel 2011 si dimette dal board della Fed e invia una lettera molto polemica al presidente Obama. Oggi c’è da chiedersi come farà a conciliare il suo monetarismo con le direttive di un Trump che intende usare la leva dei tassi d’interesse per sostenere la sua politica economica. Secondo il Wall Street Journal, Warsh è la scelta giusta. Quanto alla borsa, spera nella sua competenza. Per giudicare l’indipendenza c’è tempo.
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