Dopo 82 giorni di carcere in duro isolamento e 80 giorni dalla sua ultima apparizione pubblica, è stato un Nicolás Maduro chiaramente provato quello che ieri si è presentato a un tribunale di New York, per la seconda volta dal 5 gennaio, prima udienza dopo la cattura di 48 ore prima. Chiuso per 23 ore al giorno in una cella di tre metri per due dove stanno solo un letto di cemento contro il muro, un gabinetto di metallo e un lavandino, viene riferito che suda copiosamente, e alcune notti si mette a gridare in modo angosciato: “Sono il presidente del Venezuela! Sono stato rapito!”. Ha una piccola finestra con poca luce naturale, è costantemente sorvegliato da due guardie e ha solo pochi minuti per farsi una doccia, usare il cellulare e controllare le email. La frustrazione sarebbe cresciuta quando ha saputo del rapporto ormai di obbedienza tra Delcy Rodríguez e Trump. Arrivato indossando una tuta beige, scarpe da ginnastica e senza manette, con i capelli ben curati, si è sforzato di mostrarsi impassibile, prendendo appunti su un taccuino. Ma è apparso comunque l'ombra di sé stesso. È magro, emaciato, i capelli si sono comunque ingrigiti, il suo sguardo è perso nel vuoto, e cammina lentamente. Smentita tremenda alle rassicurazioni del figlio Nicolás Maduro Guerra, secondo cui “è di buon umore, molto forte. Più magro, più atletico”. Al termine dell'udienza, il deposto presidente si è voltato verso i giornalisti e la sua espressione era sconvolgente: lo sguardo di un prigioniero che un tempo aveva detenuto il potere e la cui vita è improvvisamente crollata. Dall'aula è uscito a testa bassa. Era accompagnato dalla moglie, Cilia Flores, ed entrambi hanno utilizzato delle cuffie per ascoltare la traduzione in spagnolo dell'udienza, che si è tenuta in inglese. Cilia Flores appare fisicamente più provata e, durante l'udienza, il suo avvocato, Mark Donnelly, ha chiesto al tribunale di autorizzarla a sottoporsi a una serie di esami medici. Anche lei è in cella di isolamento, al Metropolitan Detention Center di Brooklyn, noto per il trattamento severo riservato ai detenuti. I due non si possono vedere, e quindi si sono rincontrati per la prima volta dal 5 gennaio. In un freddo pungente, a nessuno è stato permesso di entrare in aula con computer portatili o cellulari, e tutti – giornalisti e pubblico – dovevano dimostrare la propria identità e passare attraverso uno scanner. Il giudice Alvin Hellerstein ha confermato che il processo per narcotraffico e terrorismo proseguirà, nonostante gli sforzi per bloccarlo dell'avvocato, Barry Pollack. Ha infatti respinto la richiesta di sospensione del procedimento penale nonostante le difficoltà di Maduro nel pagare gli avvocati, dal momento che il governo statunitense si rifiuta di sbloccare i fondi che gli ha congelato, secondo quanto dichiarato dal viceprocuratore presente all'udienza. La richiesta di Maduro che la sua difesa sia pagata dal governo venezuelano è stata pure cassata, sull'assunto che avendo rubato le elezioni non è il presidente legittimo. Il dibattito principale si è appunto concentrato sulla possibilità che il tribunale ordinasse un allentamento delle sanzioni per consentire l'accesso ai fondi congelati. Hellerstein ha chiesto al vice procuratore degli Stati Uniti Kyle Wirshba di riferire se Maduro o sua moglie, Cilia Flores, abbiano mezzi alternativi per finanziare la loro difesa legale, dato che le sanzioni impediscono sia a loro che al governo venezuelano di utilizzare le proprie risorse per finanziare il contenzioso. Secondo la Cnn, la difesa di Maduro ha insistito sul fatto che non può permettersi le spese legali a causa del congelamento dei beni imposto dagli Stati Uniti, mentre il giudice ha messo in dubbio la legittimità del suo tribunale di ordinare all'Office of Foreign Assets Control di revocare tali restrizioni. “Non archivierò il caso”, ha insistito il giudice. Hellerstein ha riconosciuto che qualsiasi altro fondo intestato a Maduro o Flores rischia di essere sequestrato o soggetto a sanzioni internazionali, ostacolando così qualsiasi manovra finanziaria per la difesa. Ma il vice procuratore Wirshba si è opposto alla possibilità di revocare le sanzioni, sostenendo che il meccanismo corretto per contestarle è un'azione civile, non un procedimento penale. Secondo la Cnn, Wirshba ha avvertito che l'utilizzo di fondi statali da parte degli imputati equivarrebbe a “saccheggiare le ricchezze del Venezuela” e minerebbe l'obiettivo delle sanzioni imposte, che mirano a influenzare la politica estera e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il procuratore ha inoltre sottolineato che le misure restrittive approvate da Washington rientrano strettamente nella competenza del potere esecutivo statunitense e non del potere giudiziario. L'avvocato Barry Pollack ha sostenuto che la Corte non dovrebbe essere obbligata a nominare un procuratore statale per una persona che possiede beni, anche se tali risorse richiedono l'autorizzazione delle autorità federali per il loro utilizzo. Ha pure sottolineato l'impossibilità pratica di accedere a tali fondi nell'ambito dell'attuale regime di sanzioni e ha ribadito l'urgenza di risolvere il blocco economico che la difesa si trova ad affrontare. Intanto il figlio di Maduro, deputato all'Assemblea Nazionale di Caracas, ha esortato i cittadini venezuelani a protestare contro quella che ha definito un processo “illegittimo e illegale fin dall'inizio”.. Ma prima della seconda udienza il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un ampliamento del caso e ha anticipato la presentazione di “altre accuse” contro Maduro. Mentre presiedeva una riunione di gabinetto alla Casa Bianca, ha infatti ribadito che “verranno avviati altri procedimenti, come probabilmente già sapete”, ricordando che Maduro “ha ucciso molte persone” e ha ordinato “lo svuotamento delle carceri venezuelane negli Stati Uniti”.
Continua a leggere su "Il Foglio"