In Gran Bretagna, Keir Starmer ha ottenuto un mandato storico alle elezioni del 2024, per poi trasformarsi rapidamente nel primo ministro più impopolare della storia. In Germania, il cancelliere Friedrich Merz sembra uno Starmer in divenire, mentre in Francia il presidente Emmanuel Macron è al crepuscolo della sua presidenza. Eppure il problema va più in profondità dei singoli leader. E’ il problema di un sistema decrepito – un insieme di funzionari e prestanome che hanno raccolto i frutti di quarant’anni di deregolamentazione economica e morale, e che ora si rivelano incapaci di governare il mondo che hanno contribuito a costruire. Come tutte le élite, hanno sviluppato l’abitudine al do ut des e agli scambi di favori. E, come tutte le élite, hanno finito per perdere il contatto con la gente comune. È questo a spiegare il numero sorprendente di politiche liberali distruttive che hanno seminato il caos in tutto l’occidente. San Francisco, bastione del liberalismo sociale, è così devastata da accampamenti di senzatetto e drogati di fentanyl che persino molti progressisti hanno perso la pazienza. La Svezia, un tempo sinonimo di armonia sociale, è oggi nota per una violenza armata cronica, alimentata dalla proliferazione di bande di immigrati. Le città del nord dell’Inghilterra che diedero impulso alla Rivoluzione industriale sono flagellate, nelle loro enclavi etniche, da matrimoni tra cugini, delitti d’onore e reti di sfruttamento sessuale di minori. La risposta di troppi intellettuali liberali a queste tragedie è invocare ancora di più le stesse politiche che le hanno generate. Tutto ciò ha spinto un numero crescente di intellettuali, sia di destra sia di sinistra, a proclamare la morte del liberalismo. L’argomentazione più nota a sostegno di questa tesi è quello marxista, secondo cui il liberalismo è un trucco della classe dominante, e che dietro le melliflue parole delle élite sulla “libertà” e la “democrazia” si celano le dure realtà dello sfruttamento e dell’imperialismo. Un argomentazione più interessante, e più influente, viene invece dalla Nuova destra – molti dei cui esponenti si definiscono “post liberali”. Essi sostengono che il liberalismo si è rivelato un disastro non perché buone idee siano state mal applicate, bensì perché il liberalismo portava in sé i germi della propria distruzione. Nel suo libro del 2018, Why Liberalism Failed, il teorico politico Patrick J. Deneen scriveva: “Il liberalismo ha fallito perché il liberalismo ha avuto successo. Nel diventare pienamente sé stesso, genera patologie endemiche con una rapidità e una pervasività superiori alla sua capacità di produrre cerotti e veli per occultarle”. I regimi liberali prosperarono quando erano disciplinati da idee tradizionali di virtù e civiltà. Ma la convinzione fondamentale dei liberali – che siamo tutti individui titolari di diritti, responsabili anzitutto verso noi stessi – ha inesorabilmente distrutto i vincoli di civiltà che ne costituivano la forza. La maggior parte di questi post liberali ha base negli Stati Uniti. Un gruppo che fa capo al Claremont Institute, nella California meridionale, si dedica incessantemente a smascherare i difetti del “regime liberale”. Il numero di esponenti del Claremont Institute presenti alla Casa Bianca, nell’Amministrazione e al Congresso, è tale che in certi ambienti vengono affettuosamente soprannominati i “Claremonster”. Il vicepresidente J. D. Vance si dichiara post liberale. L’idea conta numerosi sostenitori anche in Gran Bretagna, come James Orr, consulente del partito Reform e filosofo della religione a Cambridge, che propone un conservatorismo fondato su fede e nazione come risposta al disinganno della vita moderna. La loro critica domina in un momento in cui l’establishment liberale è il più decadente che sia mai stato, e le forze dell’illiberalismo sono più forti di qualsiasi epoca dagli anni Trenta in poi. Il paese con la seconda economia mondiale, la Cina, è governato da un dittatore marxista; la più grande democrazia del mondo, l’India, da un uomo forte illiberale; la macchina da guerra più collaudata, la Russia, da un uomo che vuole seppellire l’ordine liberale; e la sua potenza liberale più importante, gli Stati Uniti, è tutt’al più un amico incerto dell’ordine liberale che essa stessa ha costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Donald Trump è un politico istintivo, non cerebrale, ma quasi tutti i suoi istinti sono illiberali, a volte in modo sorprendente. Non si è nemmeno preoccupato di rendere omaggio formale al diritto internazionale nelle sue guerre in Venezuela, ora in Iran e nel più ampio medio oriente. Eppure l’influenza post liberale deve molto più alla fortuna che alla sostanza. I post liberali non riescono ad affrontare i problemi materiali che affliggono i deserti post industriali che deplorano. Non hanno risposta alla domanda: cosa succede al populismo quando non è disciplinato dai vincoli liberali? L’esperienza degli anni Trenta suggerisce niente di buono. E’ giunto il momento di costruire una difesa del liberalismo prima che sia troppo tardi. Negli ultimi quarant’anni, il liberalismo è stato associato al ridimensionamento del ruolo dello stato, tanto nei mercati quanto nella morale. Bill Clinton e Tony Blair hanno prodotto una sintesi borghese-bohémien (Bobo) ampiamente ammirata, unendo la deregolamentazione economica thatcheriana alla deregolamentazione morale degli anni Sessanta. Il punto di forza dell’argomento post liberale sta nel riconoscere che questa sintesi produce ormai più problemi che benefici. Ma la sintesi Bobo è solo una delle possibili manifestazioni del liberalismo. Esiste un liberalismo a stato forte così come uno a stato minimo, un liberalismo moralizzante così come uno permissivo. Tutti sono accomunati da tre convinzioni fondamentali: che la società parta dall’individuo e non dal collettivo; che la verità si raggiunga solo attraverso il dibattito aperto; che il potere, essendo pericoloso, debba essere diviso e contenuto. Tutto ciò che impedisce agli individui di fiorire, alle idee di confrontarsi e al potere di essere limitato è illiberale. Nel corso della sua lunga storia, il liberalismo ha attraversato diverse esperienze di quasi-morte, ma si è sempre ripreso affrontando problemi nuovi in modi nuovi, restando fedele ai suoi princìpi fondamentali. Il peggiore di questi episodi si verificò negli anni Venti e Trenta, quando il liberalismo rischiò di essere calpestato dal fascismo in stivali chiodati o dal comunismo. “Lo stato liberale è destinato a perire. Tutti gli esperimenti politici del nostro tempo sono antiliberali”, proclamava il socialista divenuto fascista Benito Mussolini. Ma gli Alleati gli diedero torto sconfiggendo le potenze dell’Asse nella Seconda guerra mondiale, erigendo la cortina di ferro e ricostruendo il mondo secondo una nuova serie di princìpi liberali. Negli anni Settanta, il regime del dopoguerra cedette alla stagflazione e alla sclerosi burocratica, per poi rinascere sotto la spinta della rivoluzione neoliberale. E’ comprensibile che la gente sia arrabbiata con l’establishment liberale e delusa dalle promesse centriste. Ma le alternative – sia di destra sia di sinistra – saranno certamente peggiori. Durante il suo primo mandato, Trump ha assecondato i suoi amici miliardari, consolidando il capitalismo clientelare e approvando grandi tagli fiscali, mentre offriva alla sua base populista soltanto fumose promesse retoriche. Non ha nemmeno fatto progressi significativi con il suo “bellissimo muro” al confine con il Messico. Durante il suo secondo mandato, con il vecchio establishment repubblicano messo da parte e i pensatori post liberali e illiberali in ascesa, sta creando caos in medio oriente e mandando i mercati azionari in picchiata. Nel frattempo, in Gran Bretagna, le politiche economiche di Reform sono un miscuglio insostenibile di thatcherismo e statalismo di sinistra. Eppure il partito si mantiene stabilmente in testa ai sondaggi, pur dovendo affrontare la considerevole sfida di conservare la propria popolarità fino alle prossime elezioni generali, che non dovrebbero tenersi prima dell’agosto 2029. La sinistra radicale, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, è ancora meno realista, con le sue generose liste della spesa pubblica finanziata da tasse sui miliardari che si immagina possano coprire tutto. La sinistra radicale è inoltre cieca di fronte ai problemi creati dall’immigrazione di massa, da un’integrazione a metà e dallo sviluppo di società parallele. L’unica via d’uscita è reinventare il liberalismo con la stessa radicalità con cui lo hanno fatto le generazioni precedenti di riformatori liberali, affrontando i problemi nuovi e abbandonando i dogmi consolidati quando si frappongono al progresso. Tale reinvenzione deve fondarsi su tre strategie: ripensare, riposizionarsi, riarticolare. Ripensare I liberali di oggi devono rompere con la loro ossessione quarantennale per la deregolamentazione economica e morale. La pubblicazione di milioni di file del governo americano sul pedofilo Jeffrey Epstein non ha solo messo a nudo quanti eroi neoliberali – un miliardario della tecnologia qui, un illustre economista là – abbiano i piedi d’argilla, ma anche il vuoto morale di una filosofia di autoindulgenza e autosoddisfazione che è al cuore della cultura Bobo. I liberali di oggi devono anche riapplicare i princìpi fondamentali del liberalismo nel confrontarsi con vecchi peccati in forme nuove. I giganti della tecnologia stanno accumulando una dominanza di mercato che il mondo non vedeva dai robber baron di fine Ottocento, e stanno usando quel dominio per disinformare e manipolare il pubblico. Gli identitari di sinistra stanno violando i princìpi fondamentali dell’individualismo continuando a trattare le persone come membri di gruppi piuttosto che come individui unici, o cancellando chi esprime opinioni che vìolano l’ortodossia progressista. Riposizionarsi Il punto debole più grande dei liberali di oggi è che sono diventati l’establishment – con tutte le debolezze che ciò comporta. I liberali radicali devono sfidare questo establishment con vigore. Perché i rettori delle università hanno tradito il principio sacro della libertà di espressione? Perché il pensiero unico pervade le organizzazioni non governative? Ogni riformulazione di successo del credo liberale – dai Nuovi Liberali, passando per il capitalismo manageriale degli anni Quaranta, fino alla rivoluzione neoliberale degli anni Ottanta – ha comportato lo spazzar via di un’élite decadente e la nascita di una nuova generazione di riformatori. Bisogna scalzare questo establishment – vale a dire l’establishment di Davos – prima che lo facciano i populisti. I riformatori liberali devono anche essere disposti a stringere alleanze con gruppi che i loro predecessori hanno demonizzato, costruendoci sopra la loro carriera. Certi conservatori avevano ragione sulla pornografia e sul libertinismo. Alcuni socialisti avevano ragione sui pericoli dell’eccessiva concentrazione del potere economico. Il liberalismo ha una storia meravigliosa di rinascite attraverso alleanze inattese. Riarticolare Uno dei motivi per cui i liberali hanno avuto tanto successo in passato è che erano straordinariamente bravi a comunicare. John Stuart Mill era un maestro della chiarezza. Abraham Lincoln scriveva come un angelo. William Gladstone teneva il suo pubblico incantato per ore. I liberali di oggi hanno perso completamente quest’arte. I funzionari parlano come burocrati dell’èra sovietica. Gli accademici scrivono per recensori stitici che tengono il loro destino nelle mani. Sono due le ragioni di questo fallimento: essendo l’establishment, i liberali parlano tra di loro più che al pubblico; essendo un establishment decadente, non credono davvero a ciò che dicono. Ripetono formule come facevano i burocrati sovietici – per proteggersi dalle critiche e conquistare i favori dei più potenti. Il semplice fatto di rompere con l’establishment dovrebbe bastare a risolvere il problema della prosa morta: una volta che le persone iniziano a credere in quello che dicono e a parlare al pubblico, trovano il linguaggio di cui hanno bisogno. Una volta recuperato lo spirito, i liberali riformatori dovrebbero scendere in piazza. I diplomatici devono essere disposti a difendere la causa della libertà e della tolleranza religiosa alle Nazioni Unite e in altri consessi. I politici devono alzare la voce più chiaramente contro le pratiche illiberali, come il silenziamento degli oratori nelle università o la persecuzione di chi critica l’islam, trattata come blasfemia. Il liberalismo, inteso nel suo senso proprio, è la sola risposta ragionevole ai grandi problemi della modernità: come convivere in una società pluralista e come preservare la coesione sociale liberando al tempo stesso i talenti individuali. E’ tempo di avviare il paziente ma esaltante lavoro di rinnovare il liberalismo per una nuova èra. Centristi di tutto il mondo, unitevi! Adrian Wooldridge è un giornalista e scrittore britannico che ha lavorato per vent’anni all’Economist e ora scrive per Bloomberg Opinion. Questo articolo è un adattamento dal suo libro in uscita nel Regno Unito e negli Stati Uniti “The Revolutionary Center: The Lost Genius of Liberalism”. Copyright Washington Post
Continua a leggere su "Il Foglio"