La pioggia di domenica 8 febbraio a Bangkok era inaspettata, data la stagione. E anche la vittoria del Bhumjaithai (“Orgoglio Thai”). Benché favorito da una legge elettorale che consente la vittoria anche a chi non ha ottenuto la maggioranza dei voti, con 194 seggi su 500 (dati alla mattina del 9 febbraio, conteggiato il 94 per cento dei voti), il partito è andato oltre ogni ragionevole contestazione (con grande soddisfazione dei circoli finanziari di Bangkok). Il suo leader, Anutin Chanvirakul, detto “l’astuto” perché lo scorso anno è diventato premier nonostante fosse a capo di un partito allora minore, ha dimostrato di essere uno stratega. Il suo successo lo aveva spiegato bene un maestro di Muay Thai. “Anutin, voterò per lui: non mi piace ma ha difeso la Thailandia”. Anutin, conservatore, realista, fautore di un sovranismo thai (forse più vicino alla Cina che agli Stati Uniti), si è presentato come l’artefice della lotta contro gli eterni nemici cambogiani, gli stessi che affermano che la Kun Khmer, l’arte marziale cambogiana, sia all’origine della Muay Thai. Inaspettato anche l’insuccesso del People’s Party, il partito che nel 2023 aveva ottenuto una clamorosa vittoria col nome di Move Forward, ma era stato sconfitto giudiziariamente nella sua lotta contro l’establishment. Il partito resta il primo per numero di votanti e dovrebbe aver conquistato tutti i 33 seggi della capitale, ma essere passati da oltre 150 seggi a 116 va ben al di sotto delle aspettative. “Il People’s Party? E’ il partito dei farang”, dice Pah, che fa le pulizie nelle case dei farang, gli stranieri. Piace agli stranieri perché ha quell’immagine progressista che comprendono meglio. Piace anche a moltissimi thai: giovani, studenti, intellettuali, e pure i nuovi borghesi. Tutti coloro che vogliono un cambiamento profondo del paese. Peccato abbia un po’ deluso prestandosi ai giochi della politica nell’ultima fase della scorsa legislatura e abbia eliminato dalla sua piattaforma l’abolizione della legge sulla lesa maestà. Ma il peccato che l’ha condannato è l’essersi inizialmente dichiarato contro la guerra con la Cambogia, opponendosi a un nazionalismo genetico. La guerra è anche all’origine della pesante sconfitta del Pheu Thai (“Per i Thai”), il partito della famiglia Shinawatra (governato dal carcere dal patriarca Thaksin), che passa a 76 seggi da 141. I thai non hanno perdonato alla figlia di Thaksin, Paetongtarn, premier in carica sino allo scoppio della guerra, l’essersi dimostrata troppo accondiscendente nei confronti di Hun Sen, il grande vecchio della Cambogia (nonché amico di Thaksin). A ben poco è servita l’ultima manovra del Pheu Thai nella sua “Guerra alla povertà”: la proposta di una lotteria tra i poveri che mettesse in palio un milione di baht (circa 37 mila euro) al giorno per nove persone. In compenso il partito resta indispensabile alla formazione del nuovo governo e si può prevedere un suo riallineamento su posizioni più “borghesi”, guidato da Yodchanan Wongsawat, che continua la dinastia Shinawatra (è nipote di Thaksin) ma porta in campo la sua preparazione scientifica (è professore di ingegneria biomedica). Per quanto i risultati possano apparire definiti, in Thailandia vincere le elezioni non è mai abbastanza. Ognuno può trovare similitudini con altri scenari, ma gli elementi caratteristici sono la fluidità ideologica e la tribalizzazione: il paese resta diviso tra i progressisti e il blocco conservatori-populisti. Paul Chambers, politologo dell’Institute of Southeast Asian Studies, semplifica la situazione definendola “Pandemonio”. Da vent’anni è un susseguirsi di instabilità politica, disordini, golpe, cambi di leadership e di schieramento, unioni e separazioni, scioglimenti del parlamento, partiti e politici esclusi dal parlamento, denunciati e poi risorti. Tutto ciò ha trasformato una democrazia limitata in una autocrazia elettorale, ha approfondito la divisione politica e ancor più l’ineguaglianza sociale. Si è innescata una crisi economica che ha declassato la Thailandia da “Tigre” a “malato” dell’Asia, con un debito familiare pari all’88 per cento del pil. Il degrado culturale è avanzato allo stesso ritmo: due terzi della popolazione ha problemi di alfabetizzazione. La crisi è divenuta caotica con l’emergenza dei centri scam, i centri delle truffe informatiche che sono il nuovo grande gioco del crimine transnazionale e alimentano il “grey capital”. In questa interconnessione criminale le scam city sono anche una delle cause occulte della guerra con la Cambogia e la corruzione è all’origine di gravissimi incidenti edilizi. Solo in questo pandemonio poteva apparire un personaggio come Mongkolkit Suksintharanon, il candidato del New Alternative Party. Il suo è un programma psichedelico: comprende la creazione di veri Jurassic Park, la legalizzazione dei matrimoni con specie aliene, la poliandria, l’acquisizione di dieci testate nucleari, l’aumento salariale legato al numero di flessioni. Il partito ha conquistato un solo seggio ma resta una metafora della fenomenologia politica thai. In compenso, in Thailandia si manifesta la volontà di un cambiamento più profondo e di un distacco dall’ancien régime. Si è espressa nel referendum svolto lo stesso giorno delle elezioni, col 60 per cento dei votanti in favore di una modifica della Costituzione redatta nel 2017 dalla giunta militare. Per la precisione in favore della “possibilità” di modifica. Se, quando e come ciò accadrà è un’altra storia.
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