Domenica scorsa un drone russo ha attaccato un autobus che trasportava un gruppo di minatori nella regione di Dnipropetrovsk, a Pavlohrad. Sono morti in quindici, chi per le schegge chi per il fuoco. Dopo il primo drone, un secondo si è avvicinato e ha colpito chi cercava di scappare. A bordo dell’autobus c’erano soltanto i lavoratori della Dtek, il principale produttore privato di energia dell’Ucraina, e se l’attacco all’autobus dei minatori non viene letto assieme ai colpi quotidiani inferti con droni e missili alle infrastrutture energetiche di tutto il paese allora vuol dire perdere di vista come Mosca sta conducendo la guerra negli ultimi mesi. L’esercito del Cremlino ha scelto di lasciare l’Ucraina isolata, al buio e al freddo, tutti coloro che lavorano nel campo dell’energia sono bersagli e anche i minatori che portano avanti il loro lavoro nelle condizioni insostenibili di quattro anni di guerra lo sono. Se si ferma l’energia, si ferma l’Ucraina e per Mosca un minatore come un tecnico che accorre a riparare una centrale dopo un attacco fanno parte della resistenza, del meccanismo della sopravvivenza di un paese che la Russia vuole vedere cedere. Mosca colpisce la Dtek perché è il modo per staccare la spina a un paese che ha fatto della battaglia per la libertà la sua identità, che se rimane senza luce e senza riscaldamento non si mette a elemosinare la fine della guerra costi quel che costi, ma si organizza affinché la resistenza sia capillare e anche gioiosa, quando si riesce. L’esercito ucraino non si mischia con la popolazione, le basi militari sono distanti dai civili, ma sin dall’inizio Mosca ha aperto una guerra contro una nazione intera che in momenti di sincerità i funzionari del Cremlino hanno ammesso di voler cancellare.
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