La mia prima volta in America, non avevo ancora trent’anni. Mi avevano dato, all’ultimo minuto, un visto speciale, valido solo sei giorni, per un solo ingresso e una sola uscita, entrambi tassativamente da New York. La motivazione del viaggio era una visita in comitiva agli stabilimenti Montedison nel sud degli Stati Uniti. Era il 1976. Una delle domande standard nei moduli per la richiesta di visto era se avessi mai fatto parte di un Partito comunista (qualsiasi partito comunista). Come oggi continuano a chiedere se hai mai fatto parte di un’organizzazione terroristica. Lavoravo e firmavo sull’Unità. Sarebbe stato quantomeno sospetto avessi negato la militanza nel Pci. Liquidata la parte ufficiale, avevo trascorso i tre giorni e le tre notti rimanenti in un giro frenetico e vorticoso di incontri e spostamenti su e giù per gli Stati Uniti. Qualcosa di simile, almeno in fatto di place hopping mi sarebbe capitato di farlo, parecchi anni dopo, in occasione delle campagne elettorali. Ma con intensità e fatica incomparabilmente minori. Certo da tempo non ne ho più il physique du rôle. Frugando nella memoria e nei miei taccuini di allora faccio fatica a ricostruire come mi sia stato possibile, in quelle poche ore, spostarmi da New York a Washington, ai campus di Harvard e di Syracuse, ai cancelli della Ford a Detroit, a prendere aerei come se fossero autobus, a fare una conferenza alla New York University, a incontrare decine di personalità. Rodolfo Brancoli mi aveva presentato Sergio Telmon e mi aveva invitato per un lunch a Chinatown, Ugo Stille mi aveva sorpreso per come fosse informato di tutto (compreso un mio recente editoriale) e per la pertinenza delle sue domande sulla politica italiana. Si era alla vigilia delle presidenziali. Una delle due sere a Manhattan avevo seguito in tv il duello tra l’uscente Gerald Ford, succeduto all’impeached Nixon (per la precisione si era dimesso prima dell’impeachment) e l’allora sconosciuto Jimmy Carter. Fu a casa di un corrispondente per giornali europei. Ricordo che aveva una moglie bellissima e molto più giovane, che ci aveva cucinato un filetto al forno che sento sciogliersi ancora in bocca. Altro ricordo: la giovane donna che mi aveva aiutato a organizzare gli spostamenti. Bionda, con gli occhi azzurri, un corpo da modella, una vaga rassomiglianza con Candice Bergen, mi aveva vergato, su un foglio di carta, itinerario e suggerimenti. In inchiostro da stilografica azzurro, con grafia caratteristica degli americani che scrivono con la sinistra, uno stampatello chiaro e ordinato, ma tutt’altro che infantile. La sognai spesso, come Leonard Cohen cantava la sua Suzanne. Cinquant’anni dopo, letto a metà cammino Tre camere a Manhattan di Simenon, passate da tempo fantasie e desideri, ancora rimpiango di non avere osato invitarla a cena. E solo perché non ne avevo il tempo, avevo i minuti contati prima che scadesse il mio visto. Gli incontri più interessanti furono con gli italianisti ben addentro all’establishment americano. Al ritorno da quel viaggio vorticoso pubblicai sei paginate di reportage sull’Unità e inviai alla segreteria del Pci una nota riservata. Uno storico l’ha ritrovata all’Istituto Gramsci, dove sono confluiti gli archivi del Pci. Contiene cose sorprendenti, anche per me che ne sono l’autore, sulle vicende e i misteri italiani di fine anni 70. Ve lo racconterò in un prossimo articolo. Avevo trovato quell’America affascinante, congeniale, una realtà tutta da raccontare. New York era (e credo resta) la città più dinamica, viva, interessante, carica di contraddizioni in cui fossi mai stato. Così, immagino, molti giornalisti e intellettuali europei avevano percepito la loro Berlino degli anni 30. E’ la ragione per cui, dopo le formidabili esperienze in Iran e in Cina, avrei insistito per tornarci. Altri, negli stessi anni, si erano innamorati della Cina e del Vietnam. C’era chi, come il mio amico Tiziano Terzani, in America c’era stato, assieme alla sua Angela. Vi avevano vissuto, studiato, vi avevano fatto un figlio. Ma allora Tiziano sognava l’Asia, e soprattutto Pechino, la Pechino di Mao e della Rivoluzione culturale. Questa terra promessa poi li avrebbe delusi, gli si era rivelata come un incubo autoritario, altro che un sogno. Il mio approccio non era invece una passione cieca e incondizionata. Uno di quegli amori tanto intensi – mi viene da dire fanatici – che poi danno luogo a odi altrettanto intensi. Potessi ricominciare da capo rifarei quello che ho fatto più a lungo: il giornalista che va in giro per il mondo. Da giovane mi montavo la testa. Mi sarebbe piaciuto raccontare l’America, come negli anni della Grande depressione avevano fatto Steinbeck e Faulkner, e nel secolo precedente aveva fatto l’europeo Tocqueville. Avevo immaginato di girarla da cima a fondo coi bus Greyhound, se non addirittura coi vagabondi che scroccavano passaggi sui carri merci. Tenera fantasia giovanile che faceva il paio con quella di lavorare in fabbrica, in cerca di una classe operaia immaginata, così come negli anni 30, nella Francia del Front populaire, aveva fatto Simone Weil. Mi viene da ridere. Chissà chi mi credevo di essere. In comune, con la geniale intellettuale francese, con fratello ancora più geniale matematico, abbiamo in comune solo le origini ebraiche (lei poi si convertì misticamente al cattolicesimo) e gli studi in filosofia. Si fa presto a dire America. Il nome stesso è ambiguo. Gli Stati Uniti se ne sono appropriati indebitamente, rubandolo a un continente di cui sono solo una parte. Per ironia della storia, Amerigo Vespucci, il navigatore di origine fiorentina che ha dato il nome al continente, dopo aver dimostrato che non si trattava dell’Asia come aveva creduto erroneamente Cristoforo Colombo, aveva mappato soprattutto il sud America. Donald Trump ha esteso il furto al Golfo del Messico, vorrebbe estenderlo al Canada e alla Groenlandia, e chissà a quant’altro ancora. America è “un sostantivo nuovo, quasi privo di definizione univoca, controverso”. Così ne metteva in luce la “ricca confusione” un intellettuale americano nero e gay, James Baldwin, nel 1959. “Nessuno nel mondo sembra sapere esattamente cosa indichi il termine, nemmeno tra noi milioni di persone che ci definiamo americani”. Definizione geografica, sogno o incubo, paradiso della democrazia, della libertà e del progresso, dello sviluppo economico, della scienza e dell’inventività artistica, oppure patria del suprematismo bianco, delle diseguaglianze, dell’intolleranza, della violenza e dell’egoismo individualista, del capitalismo avido e predatore? “Mostro preistorico”, che ha nel Dna la violenza, la legge del più forte (certo indispensabile per conquistare e sopravvivere nel Far West), o il paese che ha liberato l’Europa e il mondo dal nazifascismo (e più tardi dal comunismo)? Il paese dei linciaggi, dell’egoismo che degli altri se ne frega come i protagonisti del Grande Gatsby, o locomotiva del benessere, la culla che accoglie i diseredati e oppressi del mondo intero, dandogli una possibilità? La patria del jazz, del rock and roll che liberò intere generazioni di gioventù nel mondo, o dell’ignoranza bigotta e fanatica? Campione della libertà o del pregiudizio, dell’“eccezionalismo” per cui una nazione crede fortissimamente, si convince di essere davvero migliore, “superiore” a tutte le altre? Probabilmente tutte queste cose insieme. “Un luogo che rende possibile sognare, ma anche spigolo duro della realtà contro il quale i sogni si infrangono”, ebbe a definirla qualcuno. America, un immenso “campo di battaglia”, nel quale è possibile appassionarsi solo “alle battaglie che conduce contro sé stessa, in cui la posta in gioco è smisurata”. Così, quasi profetica, ne scriveva Simone de Beauvoir, a fine anni 40, in un diario di viaggio denso di intuizioni, ormai dimenticato, L’Amérique au jour le jour. “L’arroganza degli americani non è la loro volontà di potenza, è l’ossessione di imporre il Bene”, aveva intuito nel momento in cui, dopo la “buona guerra” per liberare l’Europa da Hitler, si profilava come inevitabile una nuova guerra tra America e Unione sovietica. Nella mia lettura giovanile del diario ero rimasto ovviamente colpito dai racconti di grande libertà sessuale, ma anche dalle ripetute dichiarazioni d’amore, da parte di un’intellettuale di sinistra, verso il centro dell’imperialismo mondiale. Nell’assistere all’aggressione di una donna nera su un autobus in Texas, Simone denuncia il rischio che “l’America non divenga diversa dai regimi totalitari cui dice di opporsi”. Il che non le impedisce di continuare ad amare l’America, sia pure di amarla “dolorosamente”. Sottoscriverei, non fosse che alla de Beauvoir (e al suo compagno storico Jean Paul Sartre) avrei da rimproverare altre dichiarazioni d’amore azzardate, molto più categoriche. La foto di Sartre e Beauvoir che, nel ‘68, vendono per strada a Parigi un foglio di propaganda maoista, non fa ridere, non fa tenerezza, fa piangere. Non saprei se definire filoamericano o antiamericano Amerika, il romanzo incompiuto di Franz Kafka, scritto tra il 1911 e il 1914, e pubblicato postumo in Germania nel 1927. Racconta di un giovane tedesco che viaggia in America e delle sue avventure di soldi e sesso. In realtà non è un libro sull’America, ma come tutti gli scritti di Kafka parla della condizione umana, indipendentemente dalla localizzazione dell’intreccio. Non suscita né passione né avversione verso l’America. A me ha sempre suscitato depressione, angoscia e basta. Come quasi tutto quel che ci ha lasciato il geniale scrittore ceco, che scrivesse di Praga, della Muraglia cinese o di una Colonia penale. Il mio innamoramento per l’America aveva, come per molti della mia età, origini letterarie. Me ne ero innamorato sui banchi del liceo, alla maniera di Cesare Pavese, di Elio Vittorini, di Mario Soldati. Solo in seguito si erano aggiunti la passione per i western, per Humphrey Bogart, per Gilda interpretata da Rita Hayworth, e la scoperta delle riflessioni su Americanismo e fordismo di Antonio Gramsci. In America Gramsci non c’era mai stato (se è per quello non vi misero mai piede nemmeno Togliatti o Berlinguer). L’America dei Quaderni del carcere fa parte del grande viaggio immaginario compiuto dal carcerato per riflettere sulle ragioni della sconfitta epocale della sua sinistra che aveva portato i fascisti al potere. Considera gli Stati Uniti come il punto più alto del capitalismo mondiale, un po’ alla maniera in cui Marx considerava l’Inghilterra dell’Ottocento. Nella sua riflessione non c’è la minima dichiarazione di odio ideologico nei confronti di un paese e un sistema diametralmente opposti all’Ordine nuovo che sognava la generazione dei fondatori del Partito comunista italiano. Anzi, ci sono intuizioni sull’obiettivo comune del fordismo statunitense e dell’industrializzazione nell’Unione sovietica di Stalin. E sul ruolo centrale, ineludibile degli Stati Uniti nel sistema di interdipendenze mondiali. Antiamericano era stato semmai il fascismo. C’è un’intera biblioteca di libri di epoca fascista, o di destra, anche fino ai giorni nostri, che denunciano la corruzione della gioventù e dei costumi “a stelle e strisce”, il “gangsterismo al governo”, e così via dicendo. Per fascisti e nazisti il nemico, oltre al bolscevismo e alla plutocrazia giudaica, sono la “perfida Albione” e l’America di Roosevelt. L’antiamericanismo di sinistra affonderà solo più tardi le sue radici nel conflitto tra America e Russia. Sì, anche a me, come a molti della mia generazione, faceva orrore la guerra americana in Vietnam. Ma non ricordo che sfociasse mai in odio per l’America in quanto tale. Se non altro perché sapevamo bene che metà America si batteva generosamente contro quella guerra, e gli sparavano pure addosso, allora come oggi a Minneapolis. Il Pci, di cui so due o tre cose, non fu antiamericano neanche dopo l’esecuzione del Che in Bolivia o il golpe di Pinochet contro il governo Allende. Il compromesso storico non aveva la minima sfumatura antiamericana. Propugnava semmai, ingenuamente, un’Europa “né antiamericana né antisovietica”. Semmai si sbagliò a non sostenere il sussulto di indipendenza di Craxi a Sigonella, che Washington non gli avrebbe mai perdonato. “Non siamo una nazione, siamo un mondo”, scriveva Herman Melville della sua America. Un mondo che contiene il meglio e il peggio, come il veliero Pequod nel suo Moby Dick. Ma questo è il mondo che ci passa il convento. So che può andare a finire molto male. So che un capitano fanatico e forse un po’ pazzo, come Achab, ossessionato dalla voglia di vendetta contro la balena bianca può mandare a picco il veliero-mondo. Ma, come Ismaele, non mi va di sbarcare dal Pequod. Nella democrazia americana anche i capitani peggiori prima o poi se ne devono andare e vengono sostituiti. Quando meno ce lo aspettiamo. All’apice della loro prepotenza. Possibilmente prima che vada a fondo la nave. Trump ha dovuto fare marcia indietro e ritirare da Minneapolis le milizie dell’Ice, la sua Gestapo privata. Sì, è vero, non perché sia stato costretto dall’opposizione, ancora barcollante come un pugile suonato, ma perché si moltiplicavano in tutti gli Stati Uniti segnali di rigetto. Trump avrà molti difetti, ma è un animale con straordinario fiuto politico, sa annusare l’aria che tira. Anche una parte dell’America che aveva votato per lui è preoccupata, spaventata, stufa del suo estremismo. Quando a New York ha stravinto nelle elezioni a sindaco Zohran Mamdani, un candidato che non solo è islamico ma si dichiara pure “socialista”, si poteva dire: “New York non è l’America”. Ma quando in Texas, la culla del conservatorismo e della destra americana, in un’elezioncina suppletiva per sostituire un deputato repubblicano, in un collegio che Trump nel 2024 aveva vinto con 17 punti di distacco, prevale a sorpresa un candidato democratico, sindacalista e per giunta nero, c’è motivo di ritenere che, per quanto ci sia del marcio, non tutto forse è perduto per il regno di Danimarca. Trump lo sa benissimo. Per questo insiste nel dire ai suoi che le elezioni di midterm del prossimo novembre saranno cruciali per il futuro della sua presidenza. Per questo un’elezione parziale (nel midterm si rinnova la Camera e un terzo del Senato), che non tocca direttamente gli enormi poteri del presidente, turba i suoi sonni più della Fed, dei dazi, di tutte le crisi internazionali messi insieme. Se perde la maggioranza rischia persino l’impeachment, che, come si sa, non è un procedimento giudiziario ma il risultato di una conta politica. Potrebbe andare in un modo o nell’altro. In miti consigli o in guerra civile. La bestia ferita può diventare meno, o al contrario, molto più aggressiva e pericolosa. Quanto all’amore, una riconciliazione è possibile. E’ augurabile. Anzi sarà comunque necessaria. Ma si sa che nei grandi amori infranti è difficile che tutto sia come prima. L’astio magari no, ma potrebbe prevalere un più sano innamoramento moderato, prudente e diffidente.
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