Lo scandalo sessuale che incombe sulla campagna elettorale d’Ungheria

17/02/2026 05:27 Il Foglio

Budapest. Un letto matrimoniale reduce da peculiari acrobazie e una pagina web creata per l’occasione recante il nome del vicepresidente del partito di opposizione Tisza, un uomo di fiducia del leader Péter Magyar. La bomba, innescata il 10 febbraio, sembra destinata a esplodere su questo quarantacinquenne di bella presenza, già marito dell’ex ministra della Giustizia Judit Varga e padre dei tre loro figli. Ma nella settimana che segna l’inizio della campagna elettorale ungherese in vista del voto del 12 aprile il video non viene caricato ed emerge la realtà di un ricatto malcostruito. Nell’agosto del 2024 l’ex compagna del politico di opposizione, su indicazione degli apparati governativi, prepara una trappola al leader dell’opposizione. Dopo una festa di partito al quale avevano entrambi partecipato, a notte fonda lo invita in un appartamento trasformato in uno studio cinematografico. Senza smentire nulla tranne il consumo di droga ventilato dalla propaganda governativa, Magyar ricostruisce nel dettaglio gli eventi presentandosi come un maschio single e sessualmente attivo, impegnato in un rapporto consenziente con una persona adulta. I social ridicolizzano il moralismo selettivo del regime: perché scandalizzarsi per un afterparty piccante in un paese dove ministri sono sospettati di pedofilia o favoreggiamento alla prostituzione? Gli scandali a sfondo sessuale dominano la campagna elettorale del paese il cui governo ha il problema di seguire un modello cristiano e tradizionale. Due anni fa, il fenomeno Magyar emerge proprio in seguito alle rivelazioni sulla grazia concessa dalla presidente della repubblica Katalin Novák al responsabile di una struttura per minori, condannato per pedofilia. Dalle inchieste giornalistiche emerge una rete criminale impegnata nella gestione della prostituzione nelle strutture di accoglienza per minori abbandonati e nelle carceri minorili.     L’indignazione pubblica intorno alla protervia che colpisce i più indifesi è una delle chiavi di volta per capire il declino del regime di Viktor Orbán. L’atto sessuale apparentemente immortalato fra Péter Magyar e l’ex fidanzata avrebbe dovuto rappresentare la risposta del sistema. E come avvertono gli esperti ungheresi del mondo post sovietico, la cooperazione fra Budapest e Mosca travalica ormai gli affari economici e le cortesie diplomatiche: è coordinamento operativo attraverso lo strumento del kompromat di matrice (post) sovietica. L’affare Magyar si ispira alla trappola orchestrata nel 1999 da Vladimir Putin, per conto di Boris Eltsin, sul procuratore generale e candidato presidente Juri Skuratov. Qualche settimana fa Orbán aveva annunciato un attacco decisivo al concorrente da affondare “al momento giusto” ma non certo a due mesi dal voto. Come spiegare l’improvvisa accelerazione? La fallita operazione di discredito tramite ricatto sessuale è la cartina di tornasole di una campagna elettorale in cui il partito al potere da un quindicennio sembra avere smarrito il contatto con gli elettori. I sondaggi danno Fidesz in svantaggio di 6-10 punti sull’opposizione. L’economia non cresce dal 2022 e i consumi pro capite collocano ormai l’Ungheria all’ultimo posto nell’Unione europea, dalla quale Orbán ha ricevuto quasi 100 miliardi di euro. Il fantomatico video viene chiamato in soccorso quando il portale Telex fa esplodere, il 9 febbraio, una bomba politica: l’inchiesta sull’impianto di batterie Samsung SDI di Göd, a pochi chilometri dalla capitale. Corroborato da documenti ufficiali e soffiate di personaggi vicini al sistema, l’articolo scoperchia non solo un disastro ambientale e sanitario ma anche – come scrive da anni il sociologo Gábor Scheiring – la menzogna strutturale delle neoautocrazie delle semiperiferie europee: sovraniste a parole, dipendenti e anzi complici del peggiore capitalismo globale nei fatti. Dal 2020, il governo ungherese ha finanziato lo stabilimento con oltre 400 milioni di euro e su pressione del ministro degli Esteri Péter Szíjjártó, grande sponsor dell’investimento, ha aiutato la multinazionale sudcoreana ad insabbiare i controlli sull’impatto ambientale.     Ma c’è anche altro sul piatto di una campagna elettorale ad alta tensione. Budapest gioca sempre più come pivot russo in Europa, per esempio nel destabilizzare la Bosnia Erzegovina. Il 28 gennaio la stampa bosniaca annuncia l’apertura di una stazione di intelligence ungherese a Banja Luka, gestita dallo stesso Centro antiterrorismo che nel febbraio del 2025 era penetrato in Bosnia Erzegovina con 70 effettivi, armati di tutto punto, nella Republika Srpska, per portare al riparo in Ungheria l’ex uomo forte dell’entità separatista Milorad Dodik. Budapest desistette soltanto di fronte a una telefonata furibonda del segretario di stato americano, Marco Rubio, al suo omologo ungherese. Nell’ultima settimana, la campagna antiucraina in atto da tempo ha raggiunto livelli parossistici. La stampa di regime accusa Kyiv di progettare un attacco armato all’Ungheria, mentre il ministro dei Trasporti János Lázár, uno degli uomini chiave della campagna, scandisce in un incontro pubblico che “chi sostiene l’Ucraina è nemico degli ungheresi”. L’apparente prova di forza tradisce insicurezza e, anzi, panico. Il sistema di Orbán è giunto al capolinea e il suo artefice sembra esserne consapevole, ma non sembra avere alcuna intenzione di lasciare la scena, come avevano fatto in buon ordine i funzionari comunisti nel 1989-90. Orbán spera ancora di convincere Donald Trump, o quantomeno il vicepresidente J. D. Vance, a visitare Budapest in occasione Conservative political action conference, la celebre Cpac, in programma il 21 marzo. Al tradizionale discorso sullo stato della nazione, sabato 14 febbraio, Orbán ha minacciato di reprimere i giornalisti impiccioni, le Ong legate a “interessi stranieri” e anche i troppi giovani “traviati” dall’opposizione, affermando che il vero rischio per l’Ungheria non sta in Putin, quanto nell’Unione europea. Il giorno prima Péter Magyar e la responsabile esteri di Tisza, Anita Orbán (che non è parente del primo ministro), avevano avuto a Monaco, dove Orbán non era stato invitato, un incontro cordiale con il premier polacco Donald Tusk. Questi ha postato su X: “C’è chi voleva trasformare Varsavia in Budapest. Ma oggi è Budapest che si ispira a Varsavia”.

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