♦ I FATTI PRINCIPALI - Giorno 14, in breve La Nato ha abbattuto un altro missile balistico lanciato dall'Iran in direzione della Turchia. È il terzo episodio negli ultimi sette giorni. Droni sull'Oman, morti due cittadini stranieri. È il secondo attacco in pochi giorni a colpire il sultanato, finora rimasto ai margini del conflitto. Aggiornamenti sull'aereo cisterna americano abbattuto ieri in Iraq: quattro morti su sei membri dell'equipaggio, due ancora dispersi. Versioni discordanti sulla portaerei Lincoln: secondo la Cbs, un elicottero americano ha colpito con missili Hellfire una nave iraniana avvicinatasi alla Uss Abraham Lincoln. I pasdaran sostengono invece di aver reso inoperativa la portaerei. Il Pentagono non ha confermato né smentito. I pasdaran avvertono che eventuali proteste in Iran saranno represse con forza ancora maggiore rispetto a gennaio. Washington sospende temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo nel tentativo di calmierare i prezzi, ma i mercati non reagiscono come sperato: il Brent resta intorno ai 100 dollari. Un soldato francese è morto nell'attacco di ieri a Erbil, in Iraq. La Nato neutralizza un altro missile iraniano sulla Turchia. È il terzo in dieci giorni La Nato ha abbattuto un terzo missile balistico lanciato dall'Iran in direzione della Turchia in dieci giorni. I residenti nei pressi della base aerea di Incirlik, nel sud del paese – che ospita forze turche, americane e di altri membri della Nato, tra cui F-16, aerei da rifornimento e droni – hanno riferito di aver sentito le sirene antiaeree seguite da un forte boato intorno alle 3:30, con le finestre che vibravano. Il ministero della Difesa di Ankara non ha indicato il punto esatto dell'intercettazione. Secondo funzionari occidentali, anche il primo missile abbattuto il 4 marzo aveva preso di mira Incirlik: in quell'occasione Teheran aveva negato di aver sparato verso la Turchia. Il secondo era stato intercettato il 9 marzo. Venerdì l'Iran non ha rilasciato commenti, e la Nato non ha risposto alle richieste di dichiarazioni. L'eventualità che un attacco vada a segno su territorio turco preoccupa gli alleati: la Turchia è membro della Nato e un colpo riuscito potrebbe attivare l'articolo 5 del Trattato atlantico. Ankara ha dichiarato che non consentirà l'uso del proprio spazio aereo per attacchi all'Iran, ma questo non l'ha finora protetta dai missili di Teheran. Martedì la Nato ha dispiegato un sistema Patriot nella città di Malatya, nell'est del paese, per rafforzare la copertura difensiva. Il dipartimento di stato americano ha nel frattempo ordinato ai diplomatici e alle loro famiglie di lasciare Adana, città nel sud della Turchia (accanto a Incirlik) dove gli Stati Uniti mantengono un consolato, sconsigliando ai cittadini americani di recarsi nel sudest del paese. Un drone colpisce il sultanato dell'Oman, morti "due cittadini stranieri". Missili su Dubai Due droni sono caduti nella provincia di Sohar, nel nord dell'Oman: uno ha colpito una zona industriale, ha ucciso due cittadini stranieri e ferito altre persone, il secondo è precipitato in un'area aperta senza causare vittime. Lo riferisce l'agenzia di stampa ufficiale omanita, citando una fonte della sicurezza. Le autorità hanno aperto un'indagine sull'accaduto. Non è il primo episodio che colpisce il sultanato in pochi giorni: mercoledì droni avevano già preso di mira i serbatoi di carburante del porto di Salalah, nel sud del paese. Teheran ha negato ogni coinvolgimento in quell'attacco. La società privata di sicurezza marittima Vanguard Tech aveva segnalato la sospensione delle operazioni portuali nella sezione meridionale dello scalo; il ministero dell'Energia omanita ha tuttavia assicurato che non vi sono state interruzioni alle forniture di petrolio e derivati nel paese. L'Oman, che ha finora svolto un ruolo di mediatore tra Iran e Stati Uniti, era rimasto relativamente ai margini degli attacchi che hanno investito i paesi vicini. Gli episodi di questi giorni dimostrano che nessun paese dell'area è al riparo dalle ricadute del conflitto. Alcuni detriti hanno colpito la facciata di un edificio nel distretto finanziario, nel centro di Dubai, dopo che le difese aeree degli Emirati Arabi Uniti hanno intercettato un attacco iraniano. Il Dubai Media Office ha parlato di "incidente minore", precisando che non si registrano feriti. Non si tratta di episodi isolati: dall'inizio degli attacchi iraniani sugli Emirati, il paese ha dovuto fronteggiare 278 missili balistici, 15 missili da crociera e 1.540 droni. Nella sola giornata di giovedì, il ministero della Difesa emiratino afferma di avere intercettato 10 missili balistici e 26 droni. Quattro morti nello schianto di un aereo cisterna americano in Iraq Un KC-135, aereo da rifornimento in volo dell'aeronautica americana, è caduto in Iraq occidentale ieri pomeriggio. Oggi è arrivata la conferma che quattro dei sei membri dell'equipaggio sono morti. Le operazioni di soccorso per i due superstiti sono ancora in corso. Il Comando Centrale americano ha precisato che l'incidente non è stato causato né da fuoco ostile né da fuoco amico, e che le circostanze sono oggetto di indagine. Un secondo KC-135 coinvolto nell'incidente è atterrato oggi in sicurezza in Israele, come confermato dall'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Yechiel Leiter. L'Iran sostiene tuttavia una versione diversa: l'emittente pubblica iraniana ha riferito che un gruppo alleato avrebbe abbattuto il velivolo con un missile. Il Comando Centrale non ha commentato questa ricostruzione. L'incidente avviene in una zona dell'Iraq dove operano milizie filo-iraniane. Con questo incidente salgono a sette i soldati americani confermati morti dall'inizio del conflitto, e ad almeno quattro gli aerei statunitensi persi. In precedenza, tre F-15 erano stati abbattuti in quello che le autorità avevano definito "un apparente episodio di fuoco amico" sul Kuwait, con tutti e sei i piloti riusciti a eiettarsi e mettersi in salvo. Hormuz, la stretta si fa più dura L'Iran ha alzato ulteriormente la posta nello stretto di Hormuz. Secondo il New York Times l'Iran ha piazzato circa una dozzina di mine nello stretto, in una mossa che probabilmente complicherà qualsiasi tentativo di riapertura del corridoio. Una fonte ha affermato che l'ubicazione della maggior parte delle mine è nota, ma si è rifiutata di spiegare come gli Stati Uniti intendano gestirle. Le forze americane potrebbero scortare il traffico mercantile attraverso lo stretto e a condurre operazioni di bonifica delle mine, anche mentre prendono di mira quel che resta della marina iraniana, incluse le navi posamine. Il segretario all'Energia Chris Wright ha però ammesso che la marina non è ancora pronta: "Avverrà abbastanza presto, ma non può avvenire adesso", ha dichiarato alla Cnbc. Secondo altre fonti citate dalla Cnn, Teheran detiene ancora tra l'80 e il 90 percento delle proprie piccole imbarcazioni e dei propri posamine, e potrebbe quindi intensificare ulteriormente l'operazione. L'Iran, pur in condizione di evidente indebolimento militare, dimostra di poter infliggere danni economici e strategici significativi. Secondo diversi analisti, la tattica iraniana nello stretto non riguarda soltanto il conflitto in corso: "Questa guerra non è solo ciò che accade nel ciclo attuale", ha osservato Caitlin Talmadge del Mit. "Riguarda il ristabilire la deterrenza iraniana per la prossima guerra." L'Agenzia marittima delle Nazioni Unite ha convocato una riunione straordinaria per il 18 e 19 marzo per esaminare l'impatto della guerra sul trasporto via mare e sulla sicurezza dei marittimi, su richiesta di Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Marocco, Qatar e Regno Unito. Intanto Macron ha annunciato che Parigi sta lavorando con i partner europei a una futura missione "puramente difensiva" per scortare le navi attraverso Hormuz una volta conclusa la fase più acuta del conflitto. La Cina passa indisturbata lo stretto di Hormuz Mentre centinaia di navi cisterna restano bloccate ai due lati dello stretto, le petroliere cinesi continuano ad attraversare Hormuz quasi indisturbate. Dall'inizio del conflitto, circa 11,7 milioni di barili di greggio iraniano hanno raggiunto la Cina, trasportati in gran parte dalla cosiddetta "flotta ombra", vecchie petroliere sanzionate usate da Iran e Russia per spedire greggio in modo clandestino. Alcune imbarcazioni avrebbero persino tentato di cambiare il proprio identificativo Ais in "China owner" per aumentare le probabilità di passare indenni. Pechino era arrivata preparata: nei primi due mesi del 2026 ha importato il 15,8 percento di petrolio in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, accumulando riserve stimate in 1,3 miliardi di barili. Una quantità sufficiente a coprire oltre quattro mesi di importazioni. Il governo ha inoltre ordinato alle raffinerie di bloccare per marzo le esportazioni di carburanti raffinati, e ha escluso le riserve strategiche dal piano di rilascio globale concordato mercoledì dall'Agenzia internazionale dell'energia, che prevede l'immissione sul mercato di 400 milioni di barili da parte degli altri paesi aderenti. Anche l'India avrebbe tentato di ottenere un trattamento simile: secondo Reuters, Nuova Delhi avrebbe chiesto e ottenuto da Teheran il via libera al passaggio di petroliere battenti bandiera indiana. La notizia è stata però smentita da una fonte iraniana, che ha definito la questione "delicata". Una petroliera con greggio saudita è comunque riuscita ad arrivare al porto di Mumbai attraversando lo stretto: è la prima a raggiungere le coste indiane dall'inizio della guerra. Un segnale, per ora isolato. Il petrolio russo torna sul mercato Nel tentativo di contenere l'impennata dei prezzi dell'energia, il dipartimento del Tesoro americano ha annunciato una sospensione temporanea delle sanzioni sul petrolio russo attualmente in navigazione, valida fino all'11 aprile. Il segretario Scott Bessent ha sostenuto che si tratta di "una misura circoscritta e di breve durata" che "non apporterà significativi benefici finanziari al governo russo", pur ammettendo che Mosca vedrà qualche vantaggio economico. La mossa ha però suscitato critiche bipartisan. I senatori democratici l'hanno definita una concessione ingiustificabile, osservando che i prezzi della benzina negli Stati Uniti – saliti in media a 3,60 dollari al gallone, il 21 percento in più rispetto all'inizio del conflitto – sono il risultato di una guerra voluta dalla stessa Casa Bianca. Analisti specializzati in sanzioni hanno espresso il timore che la misura possa di fatto smantellare il regime sanzionatorio sul petrolio russo costruito negli ultimi anni. E nemmeno i mercati non hanno reagito positivamente: il Brent si è attestato intorno ai 100 dollari al barile, invariato rispetto alla vigilia. L'Agenzia internazionale dell'energia ha definito la crisi in corso "la più grande interruzione dell'approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale", stimando un calo delle forniture di otto milioni di barili al giorno solo nel mese in corso. Incidente nel Golfo: le verisoni discordanti di americani e iraniani Una nave iraniana che si era avvicinata alla portaerei Uss Abraham Lincoln è stata colpita da un elicottero americano equipaggiato con missili Hellfire. Lo riferisce la Cbs, citando due funzionari americani che hanno chiesto l'anonimato. Secondo le stesse fonti, una nave della marina americana aveva già tentato di aprire il fuoco contro l'imbarcazione iraniana, ma i colpi sarebbero andati a vuoto più volte. Non è chiaro se si trattasse di colpi di avvertimento. L'incidente sarebbe avvenuto all'inizio di questa settimana. Le condizioni della nave iraniana e del suo equipaggio sono ignote. I pasdaran sostengono tuttavia una versione opposta degli eventi: secondo un portavoce del Comando centrale iraniano Khatam al-Anbiya, citato dall'emittente pubblica iraniana e ripreso dalla Tass, la Lincoln sarebbe stata colpita da diversi attacchi missilistici dell'Irgc e "resa inoperativa", e avrebbe lasciato il Golfo Persico facendo rotta verso gli Stati Uniti. Il Pentagono non ha confermato né smentito: un funzionario della Difesa si è limitato a rispondere che non aveva "nulla da dire al riguardo". I raid israeliani e la risposta iraniana L'Idf ha reso noto su Telegram di avere completato nelle ultime 24 ore venti attacchi su larga scala nell'Iran centrale e occidentale, con la partecipazione di decine di velivoli coordinati dall'intelligence. Secondo quanto sostenuto dalle stesse forze armate israeliane, sono stati colpiti "oltre 200 obiettivi del regime terroristico iraniano, compresi lanciamissili balistici, sistemi di difesa e siti di produzione di armi". L'Idf ha anche annunciato di avere ucciso un membro di Hezbollah in un'operazione nell'area di Beirut. Il fronte iracheno. Un soldato francese morto a Erbil Un soldato francese – identificato dal presidente Emmanuel Macron come il maresciallo Arnaud Frion del 7° battaglione cacciatori alpini di Varces – è morto nell'attacco di ieri a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Altri sei militari francesi sono rimasti feriti. "La guerra in Iran non può giustificare tali attacchi", ha scritto Macron. Un missile ha colpito anche la base italiana: il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato l'accaduto precisando che nessun militare italiano è rimasto ferito, poiché il contingente era già stato messo in allerta e si trovava nelle aree protette dall'alba. Le proteste interne e l'avvertimento dei pasdaran Sul fronte interno iraniano, i pasdaran hanno avvertito che eventuali nuove proteste contro il governo saranno represse con una risposta "ancora più devastante" rispetto a quella dell'8 gennaio, quando diverse migliaia di persone furono uccise. "Oggi il nemico, incapace di raggiungere i suoi obiettivi militari sul campo, sta nuovamente cercando di seminare il terrore e provocare rivolte", hanno affermato le guardie della rivoluzione in una dichiarazione trasmessa in televisione. I fatti di ieri:
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