♦ GIORNO 18 - I FATTI PRINCIPALI, IN BREVE Contatti Iran-Stati Uniti: secondo fonti dii Axios, Witkoff e Araghchi si sarebbero scambiati messaggi. L'Iran smentisce Trump definisce le operazioni contro l'Iran "non una guerra", dice di aver "annientato" le forze iraniane e sostiene che l'Iran era a un mese dalla bomba atomica. Su Hormuz "non abbiamo bisogno di nessun aiuto" Si dimette il capo dell'antiterrorismo americano Joe Kent. "L'Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione. Abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele", ha scritto in una lettera L'Idf ha annunciato che il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, e il comandante dei basij, Gholamreza Suleimani, sono morti in un raid aereo Sul terreno. Israele continua nell'attacco contro le roccaforti di Hezbollah. L'ambasciata americana a Bagdad è stata colpita da un drone. L'Iran continua a colpire gli Emirati Arabi. Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito chiedono di arrivare a una soluzione politica del conflitto Molti paesi asiatici iniziano a razionare il carburante Il contatto diretto tra le cancellerie di Iran e Stati Uniti Sul fronte delle trattative, la situazione resta nebulosa. Secondo Axios, che cita un funzionario americano e una fonte a conoscenza della situazione, il canale di comunicazione diretta tra Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Araghchi sarebbe stato riattivato nei giorni scorsi, con uno scambio di messaggi sul tema della fine del conflitto: sarebbe il primo contatto diretto noto tra le parti dall'inizio della guerra. Araghchi ha smentito immediatamente, scrivendo sui social che il suo ultimo contatto con Witkoff risaliva a prima degli attacchi americani e accusando Washington di voler "ingannare i trader di petrolio e l'opinione pubblica". Il funzionario americano ha risposto a sua volta dichiarando ad Axios che è Araghchi a mentire e che era stato lui a prendere l'iniziativa dei contatti. Trump parla dalla Casa Bianca Sul fronte Hormuz, Trump ha lasciato intendere che gli Stati Uniti potrebbero agire da soli. "Non abbiamo bisogno di molto aiuto – in realtà non abbiamo bisogno di nessun aiuto", ha detto ai giornalisti che si trovano alla Casa Bianca dopo l'incontro con il primo ministro irlandese. Ha però continuato ad attaccare gli alleati della Nato, definendo la richiesta di collaborazione "un grande test" per l'alleanza e avvertendo che Washington non dimenticherà chi è rimasto a guardare. "Sono deluso dalla Nato", ha dichiarato, aggiungendo che i leader mondiali dovrebbero ringraziarlo per aver attaccato l'Iran. Trump ha collegato anche il possibile rinvio del vertice con il presidente cinese Xi Jinping alla disponibilità di Pechino ad aiutare nella gestione dello stretto di Hormuz. Il presidente americano ha poi definito le operazioni statunitensi contro l'Iran non una guerra ma "semplicemente un'operazione militare", sostenendo che fosse "praticamente finita nei primi due o tre giorni". Ha sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero "annientato la loro marina, annientato il loro esercito in ogni sua componente". E dichiarato che l'Iran sarebbe stato a "un mese" dalla bomba atomica, un'affermazione non supportata dalle valutazioni dell'intelligence, secondo cui i tempi per la produzione effettiva di un'arma sarebbero stati ben più lunghi. Alla domanda se tema che un eventuale dispiegamento di truppe di terra in Iran possa trasformarsi in un'altra guerra del Vietnam, Trump ha risposto senza esitazione: "Non ho davvero paura di questo. Non ho paura di niente." Le parole assumono un peso specifico alla luce di quanto scrive il NY Times: il presidente starebbe valutando due opzioni che richiederebbero quasi certamente un'azione di terra da parte di forze americane o israeliane – la presa dell'isola di Kharg, dove l'Iran carica la maggior parte del proprio petrolio sulle petroliere, e il sito sotterraneo di Isfahan dove sono custoditi circa 440 chili di uranio arricchito a livelli prossimi a quelli necessari per la bomba. Sul futuro dell'Iran dopo la guerra, Trump ha glissato elogiando i danni già inflitti: "Se ce ne andassimo adesso, ci vorrebbero dieci anni per ricostruire. Non siamo ancora pronti ad andarcene, ma ce ne andremo nel prossimo futuro". La prima defezione nell'Amministrazione Trump: "Questa guerra è colpa di Israele" Il direttore del Centro nazionale antiterrorismo americano, Joe Kent, ha annunciato le proprie dimissioni immediate. Kent ha motivato la sua scelta dicendo di essere contrario alla guerra contro l'Iran. "Non posso in coscienza sostenere la guerra in corso contro l'Iran", ha scritto in un post sui social. "L'Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra per pressioni di Israele e della sua potente lobby americana". Kent è uno dei primi funzionari dell'amministrazione Trump a dimettersi per una divergenza esplicita su una questione di politica estera di questa portata. Nella lettera di dimissioni indirizzata a Trump, Kent ha descritto quella che a suo avviso sarebbe stata una "campagna di disinformazione" da parte di alti funzionari israeliani e dei media, volta a trascinare gli Stati Uniti in guerra con l'Iran. Veterano di undici missioni di combattimento in Iraq, Kent ha tracciato un parallelismo con l'invasione dell'Iraq del 2003, richiamando anche la morte della moglie Shannon, crittologa militare uccisa in Siria in quello che ha definito "una guerra fabbricata da Israele". Kent era uno stretto collaboratore di Tulsi Gabbard, direttrice dell'intelligence nazionale, e ha spinto a lungo all'interno dell'Amministrazione per una politica estera più cauta. Le sue dimissioni mettono in luce le fratture che la guerra sta aprendo nella coalizione trumpiana. Tucker Carlson, che del conflitto è diventato il critico più aspro tra i sostenitori del presidente, ha elogiato Kent: "È l'uomo più coraggioso che conosca. I neocon cercheranno ora di distruggerlo. Lo sa, e lo ha fatto comunque." Non si sono fatte attendere le reazioni contrarie: il deputato repubblicano Don Bacon, ex generale dell'aeronautica, ha ripostato la lettera di Kent con il commento "buona fortuna e arrivederci", aggiungendo che l'antisemitismo "è un male che detesto". Un soldato libanese sarebbe rimasto ucciso in un raid israeliano I vertici dell'esercito del Libano hanno reso noto che un soldato libanese è morto in un attacco israeliano nel sud del Libano. Le Forze di difesa israeliane hanno affermato che stanno compiendo degli accertamenti sull'accaduto. Hanno inoltre ribadito che gli attacchi in Libano sono mirati a colpire Hezbollah, non le forze libanesi o i civili. Il fatto che l'Idf dica di star "compiendo accertamenti" è una formula ricorrente in questi casi. La notizia è significativa perché l'esercito libanese è una forza statale distinta dal proxy iraniano Hezbollah, e il suo coinvolgimento (anche involontario) rischia di trascinare lo stato libanese nel conflitto, complicando ulteriormente la posizione del governo di Beirut e mettendo sotto pressione i contingenti internazionali ancora dispiegati nel paese nell'ambito della missione Unifil, tra cui quello italiano. Insomma, non è un episodio che cambia le sorti della guerra, ma è un segnale che il conflitto sta erodendo confini – fisici e politici – che fino a ora erano rimasti in piedi. Israele dice di avere ucciso Ali Larijani, l’uomo che comandava adesso in Iran Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha reso noto che il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, è stato eliminato in un raid. Ali Larijani era l'uomo che governava de facto l'Iran dopo la morte di Ali Khamenei e aveva assunto un ruolo di primo piano nei processi decisionali durante la guerra. Le Forze di difesa israeliane hanno detto che anche il comandante dell'unità basij, Gholamreza Suleimani, è stato ucciso in un raid dell'aviazione. In un messaggio su Telegram, l'Idf ha annunciato che la sua eliminazione è avvenuta ieri. Ali Larijani aveva curato personalmente i legami con i due più potenti alleati dell'Iran, Russia e Cina. Si era recato a Mosca almeno due volte negli ultimi mesi per incontrare il presidente russo Vladimir Putin e discutere dei negoziati sul nucleare iraniano con gli Stati Uniti. Larijani ha guidato i colloqui con la Cina che hanno portato a un accordo strategico di 25 anni, in base al quale Pechino investe fino a 400 miliardi di dollari in Iran e può acquistare petrolio iraniano a prezzi scontati. Prima della guerra, si era recato anche in Oman e Qatar, incontrando i rispettivi leader. Secondo Hatef Salehi, analista politico iraniano conservatore vicino al governo, sentito dal New York Times, Ali Larijani era l'interlocutore più importante e capace tra la leadership politica e quella della sicurezza in Iran. La sua uccisione dunque "ridurrà le possibilità di trovare una soluzione politica a basso costo per porre fine alla guerra". Nel pomeriggio di oggi l'esercito israeliano ha detto anche di aver colpito diversi checkpoint dei basij a Teheran, e ha pubblicato riprese aeree che mostrano attacchi su quella che sembra una strada trafficata. I basij sono una milizia paramilitare, parte dei pasdaran, e si stima che racolga fino a un milione di membri attivi e di riserva, infiltrati nei quartieri, nelle università e nei luoghi di lavoro in maniera capillare. Per decenni hanno svolto un ruolo centrale nella repressione del dissenso, anche durante la brutale stretta sulle manifestazioni antigovernative del gennaio scorso. L'obiettivo dichiarato di Israele e Stati Uniti non è dunque solo degradare la capacità militare iraniana, ma anche smantellare le reti di sicurezza interna su cui si regge la Repubblica islamica. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha detto esplicitamente che gli attacchi mirano a "indebolire il regime nella speranza di dare al popolo iraniano l'opportunità di rovesciarlo." Il tempismo dell'attacco non è infatti casuale: martedì sera i persiani inizieranno a celebrare il Nowruz, il capodanno persiano. Il governo iraniano ha ordinato ai cittadini di restare in casa, sostenendo che agenti israeliani starebbero pianificando di trasformare i festeggiamenti in una rivolta. In alcune città sono stati allestiti checkpoint e si segnala una massiccia presenza delle forze di sicurezza. Israele continua nell'attacco contro le roccaforti di Hezbollah La guerra di Israele contro Hezbollah va avanti e le azioni militari si intensificano nel Libano meridionale. Le Forze di difesa israeliane hanno diramato un avviso urgente ai residenti della parte più a sud del paese, "in particolare nel villaggio di Arab al-Jal", invitandoli a evacuare poiché, "l'esercito di difesa attaccherà a breve le infrastrutture militari appartenenti al gruppo terroristico Hezbollah", ha dichiarato un portavoce delle forze di difesa israeliane in un post su X. Già nelle prime ore di martedì, come riporta l'Afp ed è stato confermato dall'Idf, diversi raid aerei israeliani hanno colpito tre quartieri di Beirut, Nel frattempo, mentre le operazioni militari vanno avanti per tentare di sconfiggere Hezbollah, i leader di Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno esortato Israele e Libano ad avviare negoziati per una "soluzione politica sostenibile", a seguito di quella che definiscono una situazione umanitaria "profondamente allarmante" in Libano. In una dichiarazione congiunta, chiedono a Hezbollah libanese di disarmarsi e cessare gli attacchi contro Israele, condannando il gruppo per la "decisione di unirsi all'Iran nelle ostilità". Scrivono nel comunicato: "Sosteniamo con forza le iniziative volte a facilitare i colloqui e sollecitiamo un'immediata de-escalation". Poiché "un'offensiva di terra israeliana di vasta portata avrebbe conseguenze umanitarie devastanti e potrebbe portare a un conflitto prolungato. Deve essere evitata." Trump era stato avvertito delle possibili ritorsioni contro gli alleati del Golfo Secondo quanto riportato da Reuters, Donald Trump sarebbe stato avvertito ben prima dell'inizio degli attacchi all'Iran delle probabili ritorsioni del regime contro gli alleati statunitensi del Golfo. A dirlo all'agenzia di stampa britannica sono stati un funzionario statunitense e due fonti a conoscenza dei rapporti dell'intelligence statunitense. Eppure il presidente ha affermato per ben due volte che gli attacchi di rappresaglia dell'Iran contro Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait sono stati una sorpresa: "Non era previsto che l'Iran attaccasse tutti questi altri paesi del Medio Oriente", ha affermato. "Nessuno se lo aspettava. Siamo rimasti scioccati", aveva detto al consiglio di amministrazione del Kennedy Center alla Casa Bianca. Secondo altre due fonti a conoscenza della questione, Trump era stato anche informato, prima dell'operazione, che Teheran avrebbe probabilmente cercato di chiudere lo Stretto di Hormuz, di vitale importanza economica. L'ambasciata americana a Baghdad è stata colpita da un drone Secondo quanto riportato da Reuters e Agence France-Presse, l'ambasciata statunitense a Baghdad è stata bersaglio di una serie di attacchi con droni e razzi. Alcune fonti della sicurezza irachena hanno riferito ad AFP che si è trattato "dell'attacco più intenso dall'inizio della guerra". Sempre all'Afp un funzionario della sicurezza ha raccontato che "tre droni e quattro razzi hanno attaccato l'ambasciata, e almeno un drone si è schiantato al suo interno". Già nella prima serata di ieri, l'ambasciata americana aveva allertato i cittadini statunitensi in Iraq: "Milizie terroristiche allineate con l'Iran hanno ripetutamente attaccato la Zona Internazionale" nel centro di Baghdad. L'intensità degli attacchi iraniani all'Iraq è aumentata negli ultimi giorni. Lunedì, un drone ha appiccato un incendio in un hotel di lusso nella Zona Verde di Baghdad, area altamente fortificata che ospita edifici governativi e ambasciate straniere. Questa mattina, l'attacco all'ambasciata statunitense, e altre esplosioni nelle zone limitrofe. Missili contro gli Emirati Arabi Nella notte un cittadino palestinese è rimasto ucciso ad Abu Dhabi dopo essere stato colpito dai detriti di "un missile balistico intercettato dai sistemi di difesa aerea", ha reso noto l'ufficio stampa della città di Abu Dhabi. Dall'inizio della guerra, l'esercito iraniano ha lanciato più di 1.900 missili e droni contro gli Emirati Arabi Uniti. Sono state prese di mira prevalentemente le infrastrutture di trasporto e petrolifere. Lunedì un drone ha colpito l'aeroporto internazionale di Dubai provocando un altro incendio che ha bloccato per diverse ore i voli da e per gli Emirati. L'aeroporto era già stato colpito il 13 marzo scorso. Un attacco di droni ha anche causato un incendio nel porto di Fujairah, di importanza strategica, uno dei più grandi depositi di petrolio della regione. Gli Emirati Arabi Uniti "ritengono di essere stati ingiustamente trascinati in questa guerra", ha dichiarato lunedì la corrispondente della BBC Azadeh Moshiri al podcast BBC Global News. "L'Iran potrebbe pensare che questo tipo di pressione spinga i leader locali a fare pressione sugli Stati Uniti affinché pongano fine alla guerra, ma la verità è che i funzionari qui sono furiosi", ha affermato. Considerato il tempo impiegato dagli Emirati Arabi Uniti per diventare "un paese sicuro e prospero", il fatto che "stanno subendo molteplici attacchi preoccupa la gente e questo potrebbe avere effetti nefasti nel lungo termine". In Asia c'è chi inizia a razionare il carburante I paesi asiatici stanno introducendo una serie di misure di austerità nel tentativo di risparmiare carburante, mentre si confrontano con possibili carenze a seguito della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Quasi il 90% di tutto il petrolio e il gas che aveva attraversato lo Stretto di Hormuz lo scorso anno erano infatti destinato all'Asia, la più grande regione importatrice di petrolio al mondo. In Sri Lanka, il mercoledì è stato dichiarato giorno festivo per risparmiare carburante, e gli automobilisti sono ora tenuti a registrarsi per ottenere un Pass Carburante Nazionale che raziona la quantità di carburante che possono acquistare. In Myanmar, i veicoli privati possono circolare solo a giorni alterni a seconda del numero di targa. Il Bangladesh ha anticipato le vacanze del Ramadan nelle università e ha introdotto interruzioni di corrente programmate in tutto il paese per risparmiare energia. Nelle Filippine, alcuni uffici governativi hanno imposto al personale di lavorare da casa almeno un giorno alla settimana.
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