♦I FATTI PRINCIPALI - Giorno 11 Si ferma la più grande raffineria di petrolio degli Emirati Arabi Uniti (con una capacità di 922mila barili al giorno). Tra le altre raffinerie colpite dall'inizio della guerra, quella saudita di Ras Tanura di Saudi Aramco, l'impianto del Bahrein a Ma'ameer e due impianti QatarEnergy Costi della guerra. Il Pentagono ha già speso 5,6 miliardi in munizioni nei primi due giorni. In settimana l'Amministrazione Trump chiederà al Congresso decine di miliardi aggiuntivi, dicono funzionari americani al Washington Post. Escalation militare. Hegseth annuncia che oggi sarà "il giorno di attacchi più intensi". L'esercito degli Statai Uniti ha colpito oltre 5.000 obiettivi in Iran. Trump dice che "la guerra finirà presto" e ipotizza un dialogo diplomatico con Teheran. Ma i Pasdaran rispondono che "decideranno loro" quando sarà la fine del conflitto Reazioni internazionali. La Turchia schiera i Patriot dopo che un missile iraniano è stato abbattuto dalle difese aeree Nato sul suo territorio. Il Regno Unito mette in allerta navi nel Mediterraneo. Oggi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato di aver inviato "squadre professionali e pienamente equipaggiate" in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita Le Borse europee chiudono in crescita per la prima volta dall’inizio della guerra Le Borse europee chiudono in crescita per la prima volta dall’inizio della guerra Per la prima volta dall’inizio della guerra, i mercati azionari europei concludono gli scambi in netta crescita. La discesa del petrolio sotto i 90 dollari e le parole di Donald Trump sulla fine della guerra (vedi sotto) invertono la rotta. La Borsa migliore è stata quella di Madrid, con l’Ibex35 che ha chiuso con un aumento del 2,9 per cento, seguita dall’indice Ftse Mib di Milano che ha guadagnato il 2,6 per cento e il Dax di Francoforte in crescita del 2,3 per cento. Più caute le piazze di Amsterdam, con un rialzo dell’1,9 per cento, quella di Parigi con l’1,8 per cento e infine il Ftse100 di Londra che registra un aumento dell’1,6 per cento. Intanto il prezzo del petrolio ha proseguito la sua discesa nonostante lo scenario nella regione presenti ancora molte incertezze. In ogni caso ci sono stati ribassi a doppia cifra per i futures sul Brent che si porta sotto quota 88 dollari al barile (-10,4 per cento), mentre il Light Crude Wti americano si attesta a 84 dollari (-11,1 per cento). Nel frattempo, la Marina americana ha ottenuto un primo risultato concreto nello Stretto di Hormuz: il segretario all'Energia Chris Wright ha annunciato sui social media chela Us Navy ha "scortato con successo" una petroliera attraverso il passaggio strategico. Nessun dettaglio aggiuntivo, ma si tratterebbe della prima operazione del genere dall'inizio del conflitto, che ha di fatto paralizzato il traffico marittimo nello stretto. Zelensky manda i suoi esperti nel Golfo. Russia in bilico tra Iran e Washington L'Ucraina scende in campo a fianco dei paesi del Golfo colpiti dagli attacchi iraniani. Oggi il presidente Volodymyr Zelensky ha confermato di aver inviato "squadre professionali e pienamente equipaggiate" in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita. In precedenza aveva già reso noto che undici paesi avevano richiesto supporto ucraino e che esperti erano stati dispiegati a protezione delle basi militari americane in Giordania. In cambio, Kyiv non chiede denaro ma armamenti: alla domanda su cosa otterrà l'Ucraina in cambio di questo sostegno, Zelensky ha risposto senza giri di parole: "Stiamo sollevando la questione dei missili per i sistemi di difesa aerea che al momento ci mancano". Intanto Mosca prova a tenere il piede in due staffe. Oggi Putin ha telefonato al presidente iraniano Masoud Pezeshkian chiedendo una "rapida de-escalation del conflitto e una soluzione per vie politiche", mentre Pezeshkian lo ringraziava per il sostegno russo. Poche ore prima, il ministro degli Esteri Lavrov aveva già sentito telefonicamente il suo omologo iraniano Araghchi. Sul fronte opposto, l'inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, ha riferito che i leader russi hanno assicurato a Washington di non condividere con Teheran informazioni sull'ubicazione delle forze militari americane. "Possiamo credergli", ha detto Witkoff a Cnbc, aggiungendo però un significativo "speriamo che non lo stiano facendo". Un'ammissione velata: funzionari americani sostengono infatti che la Russia fornisce da tempo intelligence all'Iran, comprese immagini satellitari con le posizioni delle navi da guerra e del personale militare statunitense, e che lo avrebbe fatto fin dall'inizio dei raid. Si ferma la più grande raffineria di petrolio degli Emirati Arabi Uniti. Non è un caso isolato Il colosso petrolifero degli Emirati Arabi Uniti, l'Abu Dhabi National Oil Company (Anoc), ha chiuso la sua raffineria di Ruwais in seguito a un incendio causato dall'attacco di un drone iraniano. Lo stabilimento è in grado di raffinare fino a 922 mila barili di petrolio al giorno. Il ministero della Difesa emiratino ha fatto sapere di aver rilevato “nove missili balistici, di cui otto sono stati distrutti, mentre uno è caduto in mare. Sono stati rilevati anche 35 droni, di cui 26 intercettati, mentre nove sono caduti all'interno del territorio nazionale". Abu Dhabi aggiunto che dall’inizio degli attacchi sono stati identificati in tutto “262 missili balistici”, di cui “241 sono stati distrutti, 19 sono caduti in mare e due hanno colpito il territorio nazionale”. La raffineria emiratina è solo l’ultima struttura colpita dal regime iraniano nell'area che ha deciso di interrompere momentaneamente la propria attività. Il 2 marzo, in Arabia Saudita, era stata attaccata con droni la raffineria di Ras Tanura, che appartiene a Saudi Aramco, la più grande azienda energetica del mondo per riserve di greggio e con una produzione giornaliera che arriva a 7 milioni di barili. Oggi il ceo Amin Nasser ha dichiarato che la compagnia sarà in grado di esportare circa il 70 per cento delle sue normali spedizioni di greggio entro pochi giorni, mentre si affretta a ripristinare le vendite interrotte. Nasser ha spiegato che la società sta lavorando per incrementare rapidamente le esportazioni nel suo porto di Yanbu, sul Mar Rosso, che consentirà a circa cinque milioni di barili al giorno di raggiungere il mercato globale senza attraversare lo Stretto di Hormuz. Come ha raccontato Shelly Kittleson su questo giornale, alcuni siti petroliferi strategici dell’Iraq sono stati presi di mira dalle milizie sostenute dall’Iran, che sembrano aver l’intenzione di concentrarsi su interessi e personale stranieri. Allo stesso tempo stanno arrecando danni anche alle infrastrutture irachene, trascinando così Baghdad nel conflitto, nonostante il governo dell’Iraq abbia dichiarato di volerne rimanere fuori. Anche la compagnia energetica statale del Bahrein, Bapco Energies, ieri ha dichiarato lo stato di forza maggiore – una clausola giuridica che esonera le parti da responsabilità quando il mancato rispetto degli obblighi contrattuali dipende da eventi al di fuori del loro controllo – dopo che un attacco iraniano ha incendiato l’impianto di Ma'ameer. L’azienda ha precisato di poter continuare a soddisfare la domanda interna, ma la sua capacità di raffinazione (che raggiungeva i 380 mila barili al giorno) è stata indebolita. Dopo che due dei suoi impianti di gas naturale liquefatto sono stati colpiti, il 4 marzo il Qatar ha interrotto completamente la produzione di gnl. Secondo fonti sentite da Reuters, QatarEnergy non sarà in grado di tornare ai normali livelli di produzione ed esportazione per almeno un mese. Trump chiederà altri fondi al Congresso americano Secondo tre funzionari americani sentiti dal Washington Post, il Pentagono nei primi due giorni di guerra all’Iran ha usato munizioni per un valore totale di 5,6 miliardi di dollari. Una cifra che ha cominciato a far allarmare il Congresso sulla velocità con cui le forze degli Stati Uniti stanno esaurendo le scorte di armamenti avanzati. Questa settimana, hanno detto i funzionari al quotidiano americano, l’Amministrazione dovrebbe richiedere nuovi fondi al Congresso per continuare a sostenere la campagna in Iran per un totale di decine di miliardi di dollari. Una richiesta che si scontrerà con l’opposizione di molti democratici. L’intensità dei bombardamenti nei primi giorni del conflitto ha certamente influito sulla quantità di risorse utilizzate che dunque dovrebbero tendere a diminuiure con l'avanzare della campagna e il raggiungimento degli obiettivi militari. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS), think tank con sede a Washington e che ha visto i suoi consiglieri anche Henry Kissinger, il valore degli armamenti utilizzati nelle campagne militari diminuisce col passare del tempo. Ma affinché diminuisca è necessario che gli obiettivi previsti vengano colpiti, così da poter poi rivendicare una vittoria politica. Tuttavia, il segretario della difesa americano Pete Hegseth ha dichiarato che l’attività delle forze armate avrà un’impennata nelle prossime ore e che oggi “sarà la giornata di attacchi più intensa”. Kents Smetters, direttore di un centro di ricerca dell’Università della Pennsylvania, ha dichiarato alla Cnn che una guerra di due mesi in Iran potrebbe arrivare a costare fino a 95 miliardi di dollari. Anche Nancy Youssef, giornalista dell’Atlantic, riportando le parole di un funzionario del Congresso, ha parlato di una spesa prossima al miliardo al giorno. Mentre Foreign Policy parla di 3 mila munizioni consumate da Stati Uniti e Israele solo nelle prime 36 ore di conflitto. Vincere la guerra dell’informazione per sconfiggere l’Iran Secondo Arik Segal, esperto di influenza digitale e docente presso il Department of Politics and Communication del Jerusalem Multi-Disciplinary Academic College, la guerra non si combatte soltanto sul piano militare. Parallelamente agli attacchi aerei contro obiettivi strategici iraniani, è in corso una battaglia decisiva sul piano della percezione pubblica, soprattutto sui social media. Segal – in un'op-ed pubblicata su Ynet Global, l'edizione in lingua inglese del più grande sito web di notizie di Israele – sostiene che "il successo in questa campagna cognitiva non si misura nella distruzione di obiettivi nemici, ma in like, condivisioni e nell’adozione della narrativa sui social". L’opinione pubblica americana, infatti, percepisce il conflitto soprattutto attraverso le conseguenze economiche quotidiane, come l’aumento del prezzo del carburante. In questo contesto, il rischio è che la guerra venga presentata come una "guerra scelta" o addirittura come un conflitto in cui gli Stati Uniti sarebbero stati trascinati da Israele. Questa narrazione è amplificata da contenuti virali e da opinion leader con milioni di follower. Video circolati sui social mostrano, ad esempio, un veterano dei Marines che grida durante un’audizione al Senato: "Nessuno vuole combattere per Israele". Commentatori influenti alimentano questo frame, sostenendo che i soldati americani "non sono morti per gli Stati Uniti, ma per l’Iran o per Israele". Nel Golfo Persico la situazione è più complessa. Gli stati della regione subiscono attacchi iraniani ma reagiscono con cautela per non compromettere stabilità e prosperità economica. Teheran sfrutta questa prudenza per aumentare la pressione su Washington affinché interrompa la guerra. Tuttavia, se i leader regionali percepissero che le capacità militari iraniane vengono realmente erose, potrebbero spingere gli Stati Uniti a proseguire l’offensiva fino alla neutralizzazione definitiva della minaccia. In questa "guerra della percezione", l’Iran parte avvantaggiato. Il regime limita la diffusione di immagini dei danni subiti e utilizza disinformazione e video generati con intelligenza artificiale per mostrare presunti successi militari, come l’abbattimento di aerei occidentali o devastazioni in Israele. Al contrario, la comunicazione militare israeliana e statunitense appare debole: video in bianco e nero, di bassa qualità e poco coinvolgenti non competono con i contenuti più spettacolari della propaganda iraniana. Per questo Segal propone una strategia digitale più efficace: mostrare la cooperazione tra Stati Uniti e paesi del Golfo, produrre video dinamici e narrativamente forti che evidenzino i successi militari e presentare dati e infografiche sulle perdite del regime iraniano. Il messaggio centrale deve essere chiaro: "Combattiamo ora per garantire pace e prosperità durature". La vittoria militare, conclude Segal, è possibile. Ma senza una convincente percezione di vittoria tra l’opinione pubblica americana e gli alleati regionali, il sostegno politico potrebbe crollare prima che la guerra sia davvero conclusa. Per Hegseth oggi sarà “il giorno di attacchi più intensi” Il segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, e il capo di stato maggiore americano, Dan Caine, sono tornati a parlare in conferenza stampa al Pentagono per aggiornare l’opinione pubblica sull’andamento della guerra in Iran. Hegseth ha annunciato che oggi sarà “il giorno di attacchi più intensi” contro il regime iraniano. Caine ha reso noto che sino a questo momento l’esercito americano “ha colpito più di 5 mila obiettivi militari” in Iran. Né Hegseth né Caine hanno fatto previsioni su quanto andranno avanti le operazioni militari statunitensi. Hegseth ha inoltre sottolineato quali sono i tre principali obbiettivi delle azioni militari statunitensi: distruggere il programma missilistico iraniano, distruggere le navi iraniane e negare a Teheran per sempre l'arma nucleare. Una presa di distanza dai bombardamenti sui depositi petroliferi fatti dall'esercito israeliano. Prima della conferenza stampa, Fox News aveva riportato la notizia che Donald Trump non avrebbe escluso la possibilità di iniziare colloqui diplomatici tra Stati Uniti e Iran. Il giornalista della rete americana, Trey Yingst, ha dichiarato di aver parlato con il presidente che ha detto: "Sento che vogliono parlare a tutti i costi. È possibile, dipende dalle condizioni". La Spagna continua a chiedere "ripresa del dialogo", mentre il Regno Unito ha iniziato ad armare la sua nave da sbarco Il governo spagnolo rimane fermo sulla sua decisione di non permettere agli Stati Uniti l'utilizzo delle basi militari in Andalusia per le operazioni contro l'Iran, ma ora esprime "ferma e categorica condanna degli inaccettabili attacchi iraniani contro i paesi del Golfo, in particolare quelli diretti contro infrastrutture civili, e del lancio di un missile contro la Turchia, che costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite". Lo ha scritto in una nota il ministero degli Esteri spagnolo. La Spagna invita alla "distensione" e alla "ripresa del dialogo e dei negoziati per risolvere le controversie in sospeso" poiché la "violenza e la soluzione militare non faranno altro che generare una maggiore instabilità a scapito della pace, della sicurezza e della prosperità di tutti". Nel frattempo il Regno Unito ha deciso di porre "in stato di massima allerta a titolo precauzionale, qualora fosse necessario che fornisse assistenza in attività marittime nel Mediterraneo orientale", la RFA Lyme Bay, la nave da sbarco ausiliaria della Royal Navy che attualmente si trova a Gibilterra. Inoltre la cacciatorpediniere HMS Dragon è partito da Portsmouth per raggiungere Cipro. Patriot schierati in Turchia In una nota, il ministero della Difesa della Turchia, ha reso noto di aver schierato nella parte orientale del paese un sistema di difesa aerea Patriot di fabbricazione americana "per supportare la protezione del nostro spazio aereo". Il dispiegamento fa parte delle "misure di difesa aerea e missilistica potenziate" adottate dalla Nato, di cui la Turchia fa parte. L'annuncio è arrivato dopo che la Turchia ha dichiarato che le difese Nato avevano abbattuto ieri un missile balistico lanciato dall'Iran, il secondo in meno di una settimana. I Patriot sono un sistema avanzato basato a terra che utilizza missili intercettori. Qui potete approfondire cos'è il sistema Patriot per la difesa aerea Trump: "La guerra è quasi finita" La risposta dei Pasdaran: "Decidiamo noi quando finisce" Donald Trump ha provato a infondere fiducia ai mercati. In una conferenza stampa in Florida ha prima suggerito che gli Stati Uniti potrebbero iniziare ad accompagnare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz per contribuire a mantenere il flusso di petrolio dal medio oriente e poi si è lanciato in una previsione: "La guerra finirà presto, molto presto". Non "questa settimana", ha detto. La prossima chissà. Quel che è certo è che, ha sottolineato il presidente americano, "andiamo avanti più determinati che mai a ottenere la vittoria finale che porrà fine una volta per tutte a questo pericolo di lunga data", la Repubblica islamica dell'Iran. Anche perché "le forze aeree americane hanno decimato le capacità militari del paese". Non poteva che arrivare anche la minaccia: se l'Iran dovesse attaccare navi sotto la protezione degli Stati Uniti in transito nello Stretto di Hormuz – in pratica il collo di bottiglia nel commercio energetico globale, qui potete leggere il nostro approfondimento – "li colpiremo così duramente che non sarà possibile né per loro né per chiunque altro li aiuti recuperare quella parte del mondo". A chi ha fatto notare al presidente americano che il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva affermato invece che tutto quello che era accaduto sinora era solo l'inizio, Trump ha risposto che i giornalisti hanno capito male: Hegseth voleva dire che "è l'inizio della costruzione di un nuovo paese", sostenendo che l'Iran è ormai senza la marina militare e l'aeronautica, "non hanno più equipaggiamento antiaereo. È stato fatto saltare tutto in aria". Le contraddizioni nelle dichiarazioni del presidente non mancano: dopo aver detto che la guerra potrebbe finire presto, ha aggiunto "potremmo andare oltre, e andremo oltre". La settimana scorsa aveva chiesto la "resa incondizionata" dell'Iran senza escludere l'invio di truppe di terra, mentre lunedì ha smentito di essere vicino a quell'opzione. Secondo il Wall Street Journal, diversi consiglieri di Trump lo hanno spinto in privato a elaborare un piano di uscita dal conflitto, preoccupati che una guerra lunga possa erodere il consenso politico, soprattutto in vista delle elezioni di midterm. "Quando salgono i prezzi di gas e petrolio, sale tutto il resto. E il tema della sostenibilità economica era già critico", ha dichiarato Stephen Moore, consigliere economico esterno della Casa Bianca. I sondaggi, dei quali Trump è stato informato, mostrano che la maggioranza degli americani è contraria alla guerra. La situazione però è tutt'altro che semplice. Finché Teheran continuerà ad attaccare i paesi della regione e Israele vorrà colpire obiettivi iraniani, difficilmente gli Stati Uniti potranno ritirarsi. I mercati hanno provato a crederci. Il prezzo del petrolio è sceso sotto i 100 dollari al barile. E il prezzo del petrolio è ciò che preoccupa più Donald Trump. Il presidente americano sa che se arriva alle elezioni di midterm con i prezzi troppo alti, il per il Partito Repubblicano potrebbe perdere molti voti. Gli analisti hanno più volte sottolineato come il prezzo di carburante e gas avranno un peso non secondario in queste elezioni. Per questo Trump sta cercando un modo per arginare il problema. O quanto meno un diversivo. Intanto in America i Democratici stanno facendo campagna elettorale sottolineando come le politiche di Trump, dai dazi alla guerra in Iran, stiano rendendo la vita meno accessibile per molti americani. Secondo i sondaggi d'opinione, la guerra è impopolare tra la maggior parte degli americani e, al decimo giorno di conflitto, non è chiaro quanto a lungo possano durare i combattimenti. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno risposto alle dichiarazioni del presidente americano sulla fine della guerra, definendole "sciocchezze". Hanno affermato che "decideremo noi la fine della guerra e non permetteremo che venga esportato nemmeno un litro di petrolio se gli attacchi statunitensi e israeliani continueranno". Poi i Pasdaran hanno lanciato un'altra minaccia: "La sicurezza nella regione è per tutti o per nessuno". Nel frattempo, una fonte iraniana ha dichiarato alla Cnn che il regime intende imporre "limiti di sicurezza" alle petroliere di proprietà degli alleati degli Stati Uniti che attraversano lo Stretto di Hormuz. La fonte ha affermato che, contrariamente alle dichiarazioni di Trump, lo stretto è chiuso. Gli americani allontanano i diplomatici dal consolato di Adana Nonostante l'ottimismo di Trump, il Dipartimento di stato ha ordinato l'allontanamento obbligatorio dei diplomatici statunitensi e dei loro familiari dal consolato di Adana, città della Turchia meridionale, vicino alla base aerea di Incirlik, dove operano l'aeronautica militare statunitense e altre forze della Nato. E l'ambasciata statunitense a Beirut ha consigliato ai cittadini americani "dovrebbero prendere seriamente in considerazione l'idea di lasciare il paese con i voli della Middle East Airlines in partenza dall'aeroporto Rafic Hariri di Beirut". O quantomeno di "rifugiarsi in un luogo sicuro". A Beirut e in alcune zone del Libano meridionale infatti l'esercito israeliano ha intensificato i bombardamenti per provare a sconfiggere definitivamente il gruppo terroristico di Hezbollah, sostenuto dall'Iran. La telefonata Trump-Putin Lunedì Donald Trump si era sentito telefonicamente con il presidente russo Vladimir Putin. Qui trovate tutti i dettagli sulla telefonata e tutti gli aggiornamenti della giornata di ieri
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