Il silenzio della morte è calato su Teheran. Una lettera  

20/01/2026 04:37 Il Foglio

Nel silenzio che per volere del regime negli ultimi giorni è calato sull’Iran, traduciamo una lettera che abbiamo ricevuto da Teheran.   Non sono mai stato un grande scrittore, ma vista la situazione attuale credo che questo sia l’unico modo per sfogarmi. Vivo in Iran da più di vent’anni e ho sempre cercato – nei limiti delle mie possibilità – di fare la mia parte nella lotta per un Iran libero. Un Iran libero dalla dittatura. Libero dall’avidità degli anziani. Libero dal dominio dell’estremismo religioso. Un Iran unito, dove tutti i cittadini siano liberi e parte di una sola nazione, come lo sono sempre stati, al di là della religione o della regione di provenienza – un popolo che decide il proprio futuro senza interferenze o invasioni straniere. Giovedì 8 gennaio 2026, rispondendo all’appello di Reza Pahlavi – come molti altri iraniani – sono sceso in strada nel mio quartiere. Non perché sia un suo fervente sostenitore, ma perché una luce di speranza è sempre meglio di decenni di oscurità. A mio modesto parere, da semplice cittadino iraniano, Pahlavi ha molti difetti; ma non c’è alcun dubbio che l’attuale regime in Iran non abbia alcuna legittimità. Un regime che utilizza milizie straniere – dagli iracheni di Hashd al Shaabi agli Hezbollah libanesi – per uccidere iraniani non può essere considerato il legittimo governo dell’Iran. Non nego che vorrei un’opposizione migliore di quella rappresentata da Pahlavi, ma le figure in grado di contrastare questo regime illegittimo sono poche. Dobbiamo giocare con le carte che abbiamo. E’ una luce di speranza, e come ogni luce fioca può rivelarsi ingannevole, ma nel buio più totale anche un piccolo lume è meglio dell’abisso. Verso le 18:30 di giovedì sera tutto sembrava calmo. La gente camminava qua e là. Molti negozi erano chiusi o vuoti. Le persone si incrociavano per strada in silenzio. Si poteva leggere un certo sollievo sui volti, come a dire: “Sono felice di vederti qui”. C’erano persone di ogni età: famiglie con bambini, anziani, giovani coppie, gruppi di amici, chi da solo e chi in compagnia. Ho visto passarmi accanto un padre con la figlia – la bambina avrà avuto sette, otto anni – diretti verso via Pahlavi (oggi Vali Asr). Un’ora dopo, in quella stessa via, i gas lacrimogeni e i manganelli del regime si sarebbero abbattuti su persone pacifiche e inermi. Posso solo sperare che siano riusciti a tornare a casa sani e salvi. Mentre camminavo in via Fereshteh, una coppia anziana mi ha superato lentamente, diretta anch’essa verso via Pahlavi. Lui, probabilmente sugli ottant’anni, si reggeva al bastone e accanto a lui camminava – suppongo – sua moglie. Il fatto che due persone così anziane, con evidenti difficoltà di movimento, fossero scese in strada sapendo che il regime avrebbe reagito con violenza, in un quartiere benestante, mostra quanto profondo sia il malcontento. Non si tratta solo della svalutazione del rial. Né dell’abolizione dei sussidi sulla benzina. Né della cattiva gestione dell’acqua, dell’elettricità, del gas naturale, dell’iperinflazione, dei diritti delle donne, della corruzione – e così via, all’infinito. La ferita è così profonda che nessun singolo problema ne è la causa. L’intero sistema è odiato dalla maggioranza degli iraniani. Giovani e anziani, poveri e ricchi, monarchici e repubblicani, di destra e di sinistra: tutti odiano questo regime per motivi diversi, ma tutti lo odiano perché ogni singolo aspetto del governo è corrotto e malgestito. Ho la fortuna di vivere in un quartiere benestante del nord di Teheran, dove la maggior parte delle persone riesce a sopravvivere – persino con l’iperinflazione – senza patire la fame. Cosa che, purtroppo, non vale per gran parte del paese, nonostante le immense risorse naturali dell’Iran. Eppure anche lì, nei quartieri ricchi, la gente era in strada. Mi sono spostato verso il viale Jordan (oggi viale Africa), un’altra zona benestante del nord di Teheran: le persone camminavano pacificamente, semplicemente per esserci, per mostrarsi. Era chiaro il motivo: la chiamata di un uomo, lontano migliaia di chilometri, in cui molti vedono un simbolo di speranza, la possibilità che il paese ritrovi la propria dignità perduta. Verso le 20:30 la situazione è cambiata. Internet completamente interrotto, sms bloccati, telefonate internazionali sospese. Gas lacrimogeni, manganelli, polizia antisommossa in moto che attaccava i manifestanti pacifici per disperderli.                                                 Ho ricevuto una telefonata dalla mia ragazza: stava scappando e si era rifugiata con la madre in un vicolo vicino a Parkway, non lontano da via Pahlavi. Sono andato verso di loro, cercando di riportarle a casa per strade secondarie, lontano dal caos. Si sentivano slogan come “Morte al dittatore”, “Dio benedica Reza Shah”, “Pahlavi tornerà”, e al tempo stesso gli spari, l’odore acre dei roghi e del gas lacrimogeno. Siamo riusciti a tornare a casa sani e salvi. Quando sono rientrato, erano circa le 21:45: in via Fereshteh, davanti al Melal Mall, la folla gridava slogan contro il regime. La strada era sbarrata da un cassonetto in fiamme, attorno al quale la gente cantava “Pahlavi tornerà” e “Khamenei cadrà”. Alcuni motociclisti passavano urlando “Morte al dittatore”, con una nota di gioia e speranza nella voce. In un paese dove, nonostante la Costituzione, non si tiene un referendum da decenni, quella era una forma di referendum. Il popolo dell’Iran ha detto chiaramente che non vuole più la “Repubblica islamica”. Venerdì mattina ho visto la città ripulita più velocemente che mai: non volevano che restasse alcuna traccia, nessuna immagine, nessuna prova della notte precedente. La sera è stato lo stesso, ma con più violenza, più spari. Sabato ormai quasi tutti conoscevano qualcuno che aveva perso un amico o un familiare. L’entità del massacro non ci era ancora chiara: internet, sms e persino alcune linee telefoniche restavano fuori servizio. Mentre andavo in centro, il tassista mi ha detto che due suoi amici erano stati uccisi durante le proteste. Si vergognava di non poter andare al funerale: doveva pagare l’affitto e non aveva i soldi per farlo. Nel pomeriggio, un amico ci ha chiamato: suo nipote era stato ucciso, ma non avevano ancora trovato il corpo. All’ospedale avevano ricevuto solo una foto e una scarpa. Ci sono voluti tre giorni per ritrovare il corpo. A Kahrizak – in quella che sembra una vera campagna del terrore – li hanno costretti ad aprire uno per uno i sacchi mortuari finché non l’hanno trovato. Potevano filmare la scena: un altro atto di intimidazione. Secondo il mio amico, lì c’erano più di 700 corpi. E questo solo sabato. Nei giorni successivi le notizie peggioravano di ora in ora. Dal venerdì il regime aveva cominciato a mandare sms di minacce alla popolazione. Così tanti da far capire che non solo volevano incutere paura, ma che loro stessi avevano paura. Negli ultimi giorni si  percepisce una cappa di lutto su Teheran – e immagino anche sul resto del paese. La città sembra morta. Silenziosa come nei dodici giorni di guerra, quando milioni di persone l’avevano lasciata. Ma ora il silenzio è pieno di gente. Un silenzio di morte. Si percepisce un miscuglio di dolore, rabbia e disperazione. Sembra che migliaia di persone siano state massacrate dal regime della Repubblica islamica – e che nessuno farà nulla. Le Nazioni Unite si mostrano, come sempre, inutili. Da decenni un organismo inefficace, capace solo di riunioni del Consiglio di sicurezza senza senso, mentre la gente viene massacrata e le risoluzioni restano lettera morta. Le solite sanzioni europee, che non fanno altro che affamare il popolo e arricchire l’élite del regime, quella che manda i propri figli a Marbella, sulla Costa Azzurra o a Londra, a godersi una vita di lusso col denaro insanguinato che nessuno osa mettere in discussione perché è troppo per chiudere gli occhi. Nessuno parla di colpire i beni dell’élite del regime in occidente: se porti i tuoi soldi in Europa, in Canada o negli Stati Uniti, puoi anche permetterti di uccidere in Iran. I politici occidentali fingono di preoccuparsi, ma le loro sanzioni servono solo a far morire di fame la popolazione e a far sopravvivere gli assassini. Gli Stati Uniti, come sempre, riducono la vita umana a numeri. Che importa se 12.000 persone sono state uccise in meno di una settimana? Si negozia “un accordo”, come se si trattasse di bestiame. Si dimenticano le promesse fatte da un commerciante sui social, che aveva incoraggiato la gente a scendere in piazza solo per farla massacrare, per poi ringraziare i carnefici perché “poteva andare peggio”. La Cina pensa ai propri interessi economici, pronta a comprare petrolio ancora più a buon mercato dopo le nuove sanzioni. La Russia, come sempre, sceglie di stare dalla parte sbagliata della storia. I paesi del Golfo si preoccupano delle conseguenze di un eventuale cambio di regime: un Iran libero non avrebbe più bisogno degli Emirati Arabi Uniti per riesportare, l’Iran potrebbe sfruttare equamente il giacimento di Asaluye, e il Qatar perderebbe denaro. L’Arabia Saudita avrebbe un serio concorrente nel greggio. E così, per mantenere i loro profitti, migliaia di iraniani devono morire. Alla fine, nessuno si cura davvero di noi.  La morte e l’ingiustizia sono diventate così normali che non le sentiamo più. Ma gli iraniani devono trarre una lezione da questi giorni di proteste: solo loro possono salvarsi dalla tirannia, e dovranno farlo da soli.  I leader stranieri sono felici di firmare “buoni accordi”, anche se scritti col sangue. Siamo una nazione di 90 milioni di persone, ognuno di noi rapito nella sua casa – e solo noi possiamo liberarci dal tiranno. Non ho dubbi che la Repubblica islamica cadrà. Spero solo che avremo imparato che accadrà soltanto grazie a noi stessi, uniti in un unico obiettivo comune.

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