La risposta russa ai colloqui di pace per mettere fine alla guerra in Ucraina è arrivata nella notte fra giovedì e venerdì, con il missile Oreshkin lanciato ai confini con la Polonia e una scarica di bombe sulla capitale Kyiv per lasciare i suoi abitanti senza luce, senza acqua e senza riscaldamento con una temperatura esterna arrivata fino a meno tredici gradi. Anche i più ottimisti e illusi si sono convinti: Putin non vuole trattare, vuole altra guerra. Per fortuna l’Ucraina non ha mai smesso di lavorare contemporaneamente sulla pace e sulla propria difesa e, pur mandando i suoi negoziatori a lavorare a una bozza di accordo per far finire la guerra, ha continuato a occuparsi degli affari correnti: resistere e frenare la macchina della guerra di Mosca. Uno dei modi più diretti per danneggiare le capacità russe è colpire le strutture con cui il Cremlino si arricchisce e Kyiv riesce ad agire in modi sempre più sensazionali. Domenica sono state colpite tre piattaforme di trivellazione appartenenti alla Lukoil e situate nel Mar Caspio. “L’entità dei danni è in fase di valutazione”, hanno detto le Forze ucraine, ma l’attacco si somma a quelli nel territorio russo contro le raffinerie e a quelli contro la flotta ombra che permette al Cremlino di portare ovunque il suo petrolio. Gli attacchi ucraini finora hanno funzionato più delle sanzioni occidentali, costringendo alcune regioni a organizzare un razionamento. Sul campo di battaglia la situazione è complicata per l’esercito ucraino, ma Kyiv non ha mollato e non ha intenzione di farlo. È pronta alla pace, quando sarà giusta ed efficace, ma dopo quattro anni di guerra e vedendo il Cremlino che non ha intenzione di fermarsi, l’Ucraina sa che deve andare avanti, proteggersi, danneggiare Mosca, di cui conosce tutti i punti deboli. Il 24 febbraio del 2022, Vladimir Putin iniziò l’aggressione convinto di chiuderla in poco tempo. Dopo quattro anni si ritrova con l’industria del petrolio e del gas a portata di droni ucraini.
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