“Non siamo ancora a quel punto”, ha detto il ministro dell’Economia francese, Roland Lescure, per riassumere la posizione del G7, convocato d’urgenza per decidere se utilizzare le riserve petrolifere comuni. Si tratta di un’eventualità a cui “bisogna essere pronti”, ha precisato lo stesso Lescure, ma il gruppo dei paesi avanzati ha preferito temporeggiare, forse anche in attesa di capire quale sia il “piano” annunciato oggi pomeriggio dal presidente Trump per stabilizzare il prezzo del petrolio (“Sarete tutti molto felici”, ha detto). Annuncio che, replicando lo schema dazi, ha avuto l’effetto di risollevare il pessimo umore di Wall Street in apertura di seduta e di far recuperare terreno alle borse europee in chiusura. In ogni caso, l’opzione di dar fondo alle scorte resta sul tavolo. L’ultima volta che il G7 vi ha fatto ricorso è stato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina e la sola possibilità che possa ripetersi è sufficiente per evocare lo scenario di uno choc petrolifero tipo anni Settanta. In quel caso, la crisi fu scatenata dall’embargo dell’Opec contro i paesi sostenitori di Israele, provocando una grande carenza di greggio in tutto il mondo occidentale. Chi c’era ricorda gli anni dell’austerity, quando si poteva circolare in auto solo a targhe alterne, le domeniche a piedi e la chiusura anticipata dei locali. Se “non siamo ancora a quel punto” dove siamo? “Gli choc degli anni Settanta furono più violenti e soprattutto più persistenti – spiega un’analisi di Filippo Diodovich, senior market strategist di Ig Italia – Sul piano della durata e della profondità macroeconomica, oggi non siamo ancora a quel livello. Però, questa crisi ha già una natura simile: nasce da un grande choc geopolitico in medio oriente, colpisce una rotta energetica cruciale, come lo Stretto di Hormuz, e riporta in primo piano il rischio di stagflazione”. Secondo Diodovich, la vera differenza rispetto agli anni Settanta è “strutturale”. Vale a dire che oggi le economie avanzate sono meno dipendenti dal petrolio in termini di intensità energetica, le banche centrali hanno più credibilità e gli stock di emergenza sono meglio organizzati. “Questo rende l’economia globale un po’ più resiliente – riflette – ma attenzione: la dipendenza dal Golfo per i flussi marittimi resta enorme, e se il blocco di Hormuz si prolungasse davvero per settimane, anche il paragone con altri momenti storici smetterebbe di essere solo evocativo e diventerebbe molto più concreto”. Quanto possono aiutare le riserve di petrolio? “Servono proprio quando c’è una grave interruzione fisica dell’offerta, o un rischio che tale interruzione possa provocare una disfunzione di mercato molto pesante – prosegue l’analisi – la loro funzione è soprattutto guadagnare tempo: immettere barili sul mercato mentre si cerca di ripristinare i flussi. Al momento le riserve strategiche non saranno usate ma potrebbero essere utilizzate solamente per attenuare il panico sui mercati, coprendo vuoti temporanei di offerta. Se il conflitto si prolungasse e lo Stretto di Hormuz restasse fortemente compromesso, le riserve strategiche non potrebbero bastare da sole a neutralizzare il problema”. Ma dove può arrivare il prezzo del petrolio nell’attuale scenario? Secondo Paul Diggle, capo economista di Aberdeen Investment potrebbero esserci ulteriori rialzi prima di una successiva discesa. “Riteniamo – afferma in una nota – che i 120 dollari al barile siano facilmente raggiungibili”. Se i prezzi dovessero tornare a scendere, questa è la previsione di Diggle, ci sarebbe una stagflazione, ma il ciclo economico non sarebbe compromesso. “Stiamo tuttavia cominciando a considerare anche scenari di stagflazione più persistente, con picchi del petrolio a 150 dollari al barile e prezzi stabilmente sopra i 100 dollari per molti mesi”, conclude. Il Fondo monetario internazionale ha già avvertito che un aumento del 10 per cento del prezzo del petrolio, se mantenuto per gran parte dell’anno, può aggiungere circa 0,4 punti percentuali sull’inflazione globale. “Per l’Europa il problema è doppio – afferma Diodovich – non c’è solo il petrolio, ma anche l’aumento del prezzo del gas, che si riflette sul costo dei trasporti e della logistica. La Commissione europea e la Bce hanno già mostrato in passato che gli choc energetici sottraggono reddito reale alle economie importatrici e tendono a rallentare la crescita mentre spingono in alto l’inflazione. Per l’Italia la situazione è molto delicata perché il nostro sistema produttivo resta particolarmente legato ai costi energetici”. Il nostro paese, in effetti, è tra i maggiori importatori di greggio insieme con Spagna, Germania Cina, India, Corea del Sud e Giappone. Ma la corsa del petrolio ha colpito anche gli Stati Uniti dove il prezzo del diesel è già aumentato di 51 centesimi al gallone nell’ultima settimana e quello della benzina di 32 centesimi ed è destinato a salire ancora a meno che il presidente Trump non intervenga per invertire una tendenza che potrebbe costargli cara nell’anno delle elezioni midterm. Non è un caso che la Casa Bianca oggi pomeriggio si sia affrettata a dichiarare che Trump “sta rivedendo tutte le opzioni per tenere sotto controllo il prezzo del petrolio” e che lo stesso presidente abbia escluso una confisca modello Venezuela dicendo che è “prematuro”. Ma forse più che prematuro, in Iran è poco praticabile.
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