♦ GIORNO 21 - I FATTI PRINCIPALI, IN BREVE Nella notte tra il 19 e il 20 marzo, l'Iran ha colpito con missili e droni le infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo, in risposta all'attacco israeliano di mercoledì al giacimento di South Pars. La raffineria kuwaitiana di Mina al Ahmadi è stata colpita da più ondate di droni. QatarEnergy ha dichiarato "forza maggiore" sull'intera produzione di gnl dopo i gravi danni a Ras Laffan: il ministro dell'energia di Doha ha stimato una perdita di 20 miliardi di dollari annui e cinque anni di lavori per il ripristino. Netanyahu ha annunciato che Israele non attaccherà altre infrastrutture energetiche iraniane, su richiesta di Trump, che però si è trovato a smentire tre funzionari israeliani nel dire di non aver saputo nulla dell'attacco a South Pars Trump valuta l'occupazione dell'isola di Kharg: secondo Axios, l'Amministrazione starebbe considerando l'occupazione o il blocco navale dell'isola che processa il 90 per cento delle esportazioni di greggio iraniano. Piano previsto: un mese di bombardamenti preparatori, poi eventuale sbarco dei marines, tre unità dei quali sono già in viaggio verso la regione Il nuovo messaggio di Mojtaba Khamenei: "In questo momento, grazie all'unità straordinaria che si è creata tra voi, nonostante tutte le vostre differenze di origini religiose, intellettuali, culturali e politiche, il nemico è stato sconfitto" Ucciso il portavoce dei pasdaran, il generale Ali Mohammad Naeini La Nato ha deciso di ritirare temporaneamente le missioni in Iraq Raid su infrastrutture militari nella regione di Suwayda, in Siria, poche ore dopo che il presidente siriano al Sharaa aveva proclamato la neutralità del paese al Congresso siriano durante la preghiera dell'Eid al Fitr Il governatore della Banca di Francia avverte che la Bce è pronta a intervenire. Il Pentagono chiede al Congresso 200 miliardi di dollari per finanziare l'Operazione Epic Fury Il nuovo messaggio di Mojtaba Khamenei Mojtaba Khamenei – designato alla guida dell'Iran dopo la morte del padre Ali, ucciso in un raid aereo il primo giorno della guerra – ha diffuso un messaggio agli iraniani in occasione del capodanno persiano: "In questo momento, grazie all'unità straordinaria che si è creata tra voi, nonostante tutte le vostre differenze di origini religiose, intellettuali, culturali e politiche, il nemico è stato sconfitto". È il quarto messaggio della nuova Guida suprema, che ancora non è mai apparso in pubblico. E questo fatto sta alimentando alcuni sospetti sulle sue condizioni di salute. La Casa Bianca ha detto che sarebbe sfigurato e ferito. Secondo alcune indiscrezioni di stampa, non verificate, si troverebbe in Russia. In questa guerra, prosegue il messaggio, l'Iran ha inflitto un "colpo devastante" a Stati Uniti e Israele: "Dimostrando unità e risolutezza, gli iraniani hanno inflitto al nemico un colpo così forte da indurlo a pronunciare parole contraddittorie e insensate". Khamenei ha inoltre sostenuto che l'Iran e le forze alleate di Teheran nella regione non sono "in alcun modo" responsabili degli attacchi contro l'Oman e contro la Turchia. A condurre raid contro questi paesi, secondo la Guida suprema, è "il nemico sionista con l'inganno". La Nato ritira la missione in Iraq Il trasferimento è ora completato. Il comando supremo delle forze alleate in Europa (Shape) ha comunicato che l'intera missione Nato in Iraq è stata ridispiegata in Europa "in piena sicurezza". Il generale americano Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa, ha ringraziato la Repubblica irachena e tutti gli alleati che hanno contribuito al trasferimento. Gli ultimi militari hanno lasciato oggi il quartier generale della missione, che si trova in una base militare irachena nella Zona Verde di Baghdad, vicino all'ambasciata statunitense. Quella che dall'inizio della guerra è stata bersaglio di numerosi attacchi. La missione nata per addestrare le forze irachene a combattere lo Stato islamico si chiude così. Almeno al momento. Alcuni funzionari avevano dichiarato all'Afp che "non ci sono disaccordi" con il governo iracheno e che si tratta di un ritiro temporaneo determinato dalla situazione di conflitto. La settimana scorsa era stato deciso il ritiro dei militari italiani, dopo l’attacco lanciato mercoledì sera contro la base di Singara, nel Kurdistan iracheno. Il quadro generale che emerge è quello di un paese che non controlla più il proprio territorio. I gruppi paramilitari filo-iraniani – pagati dal governo di Baghdad ma politicamente fedeli a Teheran – hanno trasformato l'Iraq in un moltiplicatore dell'offensiva dei pasdaran: attacchi all'ambasciata americana nella Zona Verde, razzi sull'aeroporto internazionale di Baghdad, raid sul consolato degli Emirati a Erbil. Il 13 marzo un'ombrello di milizie legate a Kataib Hezbollah ha offerto una ricompensa di 150 milioni di dinari – circa 114.000 dollari – per informazioni su posizione e movimenti di personale militare e di intelligence americano. L'obiettivo dichiarato: "Arrestarlo o neutralizzarlo". L'Italia c'era già passata. Dopo l'attacco con uno sciame di otto droni alla base di Singara nel Kurdistan iracheno il 12 marzo – rivendicato dal gruppo Saraya Awliya al Dam, vicino ai pasdaran – i 141 militari italiani rimasti nel paese sono stati messi in "organizzazione temporanea". In precedenza erano già rientrati in Italia 102 uomini e altri 75 erano stati trasferiti in Giordania. Il ministro degli Esteri Tajani aveva spiegato che il ritiro non era immediato ma inevitabile. I droni avevano colpito le aree comuni della base (il bar, il ristorante, il cosiddetto "fortino") mentre i militari erano già al sicuro nei bunker. Secondo fonti locali, l'obiettivo vero erano probabilmente gli elicotteri Black Hawk e i sistemi d'arma americani nella base adiacente: un errore di mira, o forse no. Più recentemente, il 17 marzo, raid attribuiti a Stati Uniti o Israele hanno colpito il quartiere di Karrada a Baghdad, prendendo di mira figure di spicco delle milizie. Alcune fonti hanno parlato del possibile ferimento di Ahmad Mohsen Faraj al-Hamidawi, segretario generale di Kataib Hezbollah, la più potente e più segreta delle fazioni filo-iraniane irachene. Il suo destino rimane incerto. Le milizie hanno risposto con altri razzi sull'aeroporto e sull'ambasciata americana. Il premier iracheno al Sudani, stretto tra le pressioni americane e quelle delle milizie che il suo governo stipendia ma non controlla, ha finito per condannare i raid americani contro le Forze di mobilitazione popolare: un cortocircuito che dice tutto sulla tenuta dello stato iracheno sotto il peso di questa guerra. Impiccato il lottatore di 19 anni Ieri, nel silenzio digitale imposto dal blackout, l'Iran ha impiccato a Qom tre uomini condannati per l'uccisione di due agenti di polizia durante le proteste di gennaio. Uno di loro, Saleh Mohammadi, aveva diciannove anni ed era un lottatore decorato. Secondo il centro per i diritti umani Abdorrahman Boroumand, con sede a Washington, Mohammadi era stato arrestato il 15 gennaio e condannato a morte già a inizio febbraio: meno di un mese tra arresto e sentenza. Amnesty International aveva segnalato il mese scorso che Mohammadi aveva dichiarato in tribunale di aver confessato "sotto tortura e altri maltrattamenti". Le autorità iraniane hanno risposto che i tre avevano avuto regolari difensori legali e che le esecuzioni erano avvenute nel rispetto delle "procedure legali". Tutti e tre erano stati condannati anche per "moharebeh" – guerra contro Dio – un'accusa che le autorità iraniane usano sistematicamente contro i dissidenti e che prevede la pena di morte. L'Iran ha eseguito più di duemila condanne capitali nel 2025, il numero più alto in un anno dal 1989, secondo lo stesso centro Boroumand. Human Rights Watch ha denunciato una "valanga" di arresti arbitrari e torture durante e dopo le proteste di gennaio. Le forze del regime avrebbero ucciso oltre 6.700 persone nel corso di quelle settimane, tra cui più di 200 bambini, secondo l'agenzia Human Rights Activists News Agency. Trump valuta l'occupazione di Kharg, scrive Axios C'è un'opzione sul tavolo di Washington che, se attuata, cambierebbe radicalmente la natura del conflitto. Secondo quattro fonti con diretta conoscenza del dossier citate da Axios, l'Amministrazione Trump starebbe valutando l'occupazione o il blocco navale dell'isola di Kharg, nel Golfo Persico, a una ventina di chilometri dalla costa iraniana. Kharg è l'impianto che processa il 90 per cento delle esportazioni di greggio di Teheran. L'obiettivo sarebbe costringere l'Iran a riaprire lo stretto di Hormuz. "Vuole Hormuz aperto. Se per farlo deve prendere Kharg, lo farà", ha detto ad Axios un alto funzionario dell'Amministrazione, precisando però che nessuna decisione è stata ancora presa. L'operazione non sarebbe immediata. Secondo una persona a conoscenza del ragionamento della Casa Bianca, il piano prevede circa un mese di bombardamenti aggiuntivi per degradare ulteriormente le capacità militari iraniane sull'isola e dintorni: "Dobbiamo indebolire gli iraniani, prendere l'isola e poi tenerli per le palle e usarla per le trattative", ha detto la fonte ad Axios. Venerdì scorso l'esercito americano ha già condotto raid massicci su decine di obiettivi militari a Kharg – un "colpo di avvertimento", secondo i funzionari americani, ma anche un primo passo per preparare il terreno a un'eventuale operazione di terra. Trump giovedì ha detto ai giornalisti: "Possiamo prendere quell'isola quando vogliamo. Ho lasciato i tubi intatti, perché ricostruirli richiederebbe anni". Non tutti nell'establishment militare americano sono convinti. Il contrammiraglio in congedo Mark Montgomery ha avvertito Axios che un'operazione del genere esporrebbe le truppe a rischi inutili con un esito incerto: "Se sequestrassimo Kharg, loro chiuderebbero il rubinetto dall'altra parte. Non è che controlliamo la loro produzione petrolifera". Montgomery ritiene più probabile che, dopo altre due settimane di raid, gli Stati Uniti optino per scortare le petroliere direttamente attraverso lo stretto con cacciatorpediniere e aerei, senza bisogno di uno sbarco. Nel frattempo, tre unità dei marines sono in viaggio verso la regione e la Casa Bianca e il Pentagono stanno valutando ulteriori rinforzi. I legali del Pentagono sarebbero già stati consultati sulla legittimità delle opzioni allo studio. Il viaggio di Trump in Cina, previsto per fine marzo, è stato rinviato a causa della crisi nello stretto. Scende il prezzo del petrolio. La Bce si prepara. Il "conto" al Congresso Dopo i picchi di giovedì, il Brent arretra questa mattina a 110 dollari al barile – ancora il 50 per cento sopra i livelli pre-guerra, ma in calo rispetto ai massimi. A contribuire alla discesa ci sono le dichiarazioni distensive di Washington: il ministro del Tesoro americano Scott Bessent ha detto a Fox Business che per far scendere i prezzi gli Stati Uniti potrebbero "revocare le sanzioni sul petrolio iraniano che si trova attualmente in mare". Una mossa che suona paradossale – alleggerire la pressione economica su Teheran nel mezzo di una guerra – ma che riflette la doppia urgenza dell'Amministrazione: tenere aperto Hormuz e bassa l'inflazione. Il segnale si somma alla richiesta di Trump a Israele di smettere di colpire le infrastrutture energetiche iraniane, alla quale Netanyahu ha detto di conformarsi (leggi sotto, il paragrafo "Netanyahu e la frattura con Trump") La Banca centrale europea ieri ha mantenuto i tassi invariati, pur avvertendo che la guerra nel Golfo "oscura le prospettive di crescita e inflazione nell'area euro". Oggi, il governatore della Banca di Francia François Villeroy de Galhau ha precisato che la Bce ha la capacità di agire "quando sarà necessario e quanto sarà necessario" per far fronte alle pressioni inflazionistiche legate all'impennata dei prezzi energetici. L'obiettivo rimane la stabilizzazione dell'inflazione al due per cento nel medio termine. Con il Brent sopra i 118 dollari al barile e il gnl qatariota fuori mercato per anni, quella soglia sembra molto lontana. A Washington si apre un altro fronte: quello della spesa. Il Pentagono ha presentato al Congresso una richiesta da 200 miliardi di dollari per finanziare l'Operazione Epic Fury. La cifra ha fatto trasalire molti repubblicani della Camera, ma per paradosso sta aprendo la porta a un secondo processo di riconciliazione di bilancio che era rimasto impantanato. Secondo Axios, i leader repubblicani stanno valutando di inserire la spesa militare per l'Iran in un secondo pacchetto di riconciliazione, dopo il "One Big Beautiful Bill Act" da 3.000 miliardi approvato meno di un anno fa. Il problema è il solito: chi paga. I falchi del deficit chiedono "compensazioni" – tagli ad altri programmi, entrate tariffarie, modifiche all'Affordable Care Act – ma le stesse misure rischiano di alienare i moderati repubblicani nei collegi in bilico. La presidente repubblicana della commissione Bilancio del Senato americano, Susan Collins ha detto a Semafor che preferirebbe passare per il normale processo di stanziamenti. Il deputato repubblicano Brian Fitzpatrick ha posto una condizione aggiuntiva: se si finanziano le operazioni in Iran, bisogna includere anche i fondi per l'Ucraina. Una richiesta che complica ulteriormente i conti. La variabile decisiva, come sempre, è Trump. L'Idf ha colpito nel sud della Siria Alla preghiera dell'Eid al Fitr nel palazzo presidenziale di Damasco, il presidente siriano Ahmed al Sharaa ha detto che la Siria "valuta le proprie azioni con estrema prudenza e lavora per tenersi lontana da qualsiasi conflitto", e ha aggiunto che il paese – che "per quindici anni è stato un campo di battaglia" – è oggi in accordo con tutti i vicini e "pienamente solidale con gli stati arabi". Al Sharaa, che ha rovesciato Bashar al Assad nel dicembre 2024, ha descritto la Siria come un paese in transizione: "Da campo di conflitto a campo di influenza a favore della stabilità". Poche ore dopo, l'esercito israeliano ha annunciato di aver colpito nella notte "infrastrutture del regime siriano" nel sud del paese – un quartier generale e armamenti in basi militari nella regione di Suwayda. Secondo il comunicato dell'Idf, il raid sarebbe una risposta ad attacchi contro civili drusi avvenuti giovedì nella stessa area. L'esercito israeliano ha avvertito che "non permetterà che i drusi in Siria vengano presi di mira" e continuerà ad agire per garantirne la protezione. Damasco non ha ancora commentato i raid. La neutralità dichiarata di al Sharaa, insomma, non ha impedito a Israele di farsi sentire sul suo territorio. Ucciso il portavoce dei pasdaran La televisione di stato iraniana e l'agenzia Mehr News hanno annunciato che il generale Ali Mohammad Naeini, portavoce dei Guardiani della Rivoluzione, è stato ucciso in un attacco aereo. Naeini, nato nel 1957 a Kashan, ricopriva il ruolo di portavoce dei pasdaran dal 2024 ed era anche docente all'Università Imam Hossein, il principale istituto accademico e strategico del Corpo. La notizia arriva a poche ore da un'ultima dichiarazione pubblica: poco prima di essere ucciso, Naeini aveva rilasciato un'intervista all'agenzia Fars in cui sosteneva che l'Iran stava continuando a produrre missili nonostante la guerra, affermando che "la nostra industria missilistica merita un punteggio perfetto". Con quelle dichiarazioni stava direttamente smentendo Netanyahu, che aveva detto che l'Iran non era più in grado di produrre missili balistici. Né Israele né gli Stati Uniti hanno finora commentato l'episodio. Il Nowruz nell'oscurità digitale e l'Eid al Fitr nell'ombra della guerra L'Iran entra nel Nowruz – il capodanno persiano, che cade oggi 20 marzo – senza internet. Dal 28 febbraio la connettività è crollata a circa l'1 per cento dei livelli normali, e secondo NetBlocks questo è il blackout più lungo mai registrato nella storia del paese. Con quest'ultimo oscuramento, gli iraniani hanno trascorso circa un terzo del 2026 in completo isolamento digitale, secondo Mohammed Soliman, senior fellow al Middle East Institute, che lo definisce un "assedio digitale usato come arma contro i civili in tempo di guerra". Le uniche eccezioni sembrano essere i funzionari di alto rango e i media di stato, che continuano a pubblicare sui social mentre il resto del paese rimane offline. Il governo iraniano ha avviato operazioni porta a porta per sequestrare i terminali Starlink, che erano diventati uno dei pochi strumenti di connessione residua. Il ministro delle comunicazioni ha stimato che il blackout costa all'economia 35,7 milioni di dollari al giorno. Per il Nowruz, occasione di grandi raduni familiari e festività pubbliche, il regime ha anche vietato l'uso di fuochi d'artificio durante il Chaharshanbeh Suri, il festival del fuoco che precede il capodanno – ufficialmente per non sovraccaricare i servizi di emergenza, ma in un contesto in cui qualsiasi assembramento di piazza viene trattato come una potenziale minaccia all'ordine pubblico. Il regime sta usando la guerra come copertura per consolidare il controllo interno. Funzionari iraniani hanno annunciato arresti in tutto il paese, accusando i fermati di aver inviato informazioni a "potenze ostili", filmato siti colpiti e tentato di fomentare disordini. Se le celebrazioni si trasformassero in proteste, la guerra esterna potrebbe coincidere con una crisi politica interna. Netanyahu lo sa bene: in un videomessaggio agli iraniani di lunedì scorso, 16 marzo, ha augurato loro un buon Nowruz, dicendo che la festività ha "un significato speciale quest'anno" e che "la luce trionferà sulle tenebre". Un messaggio politico travestito da cartolina di auguri. Oggi è anche il primo giorno dell'Eid al Fitr, la festa che chiude il Ramadan: tre giorni di celebrazioni, riunioni familiari, carità. In circostanze normali, l'intero Golfo si ferma. Quest'anno le sirene antiaeree hanno sostituito i fuochi d'artificio. È l'Eid della guerra. E le sue conseguenze si fanno già sentire sulle economie di tutto il mondo. Spari nella notte Venerdì mattina il Golfo si è svegliato con i sistemi di difesa aerea in azione su quattro fronti contemporaneamente. Il ministero della Difesa degli Emirati Arabi ha comunicato di stare rispondendo a lanci di missili e droni provenienti dall'Iran, avvertendo i residenti che i boati uditi nelle città erano il risultato delle intercettazioni. Le autorità di Abu Dhabi hanno dovuto chiudere gli impianti di gas di Habshan e il campo petrolifero di Bab dopo che detriti di missili intercettati erano caduti sulle strutture. Nessun ferito. In Kuwait le sirene hanno suonato in tutto il paese e l'esercito ha comunicato di stare intercettando missili e droni. Nonostante gli appelli a Teheran perché cessasse gli attacchi, nelle prime ore di oggi la raffineria di Mina al Ahmadi – uno dei maggiori impianti di raffinazione del medio oriente, con una capacità di 454.000 barili al giorno – è stata colpita da più ondate di droni che hanno provocato un incendio e la chiusura di alcune unità. Ieri la raffineria era già stata presa di mira, insieme a quella di Mina Abdullah. Non si segnalano vittime. In Bahrain le sirene di allerta hanno spinto il ministero dell'interno a invitare la popolazione a raggiungere il luogo sicuro più vicino; in seguito le autorità di Manama hanno attribuito l'incendio scoppiato in un magazzino alla caduta di schegge da un attacco iraniano. In Arabia Saudita, Riad ha riferito di aver abbattuto nella notte almeno una dozzina di droni nella regione orientale del paese e uno nella regione settentrionale di Al-Jawf. La raffineria Samref di Yanbu, porto sul Mar Rosso e unico sbocco rimasto per le esportazioni saudite dopo la chiusura dello stretto di Hormuz, è stata colpita da un drone; secondo una fonte dell'industria citata da Reuters, i danni sarebbero limitati, ma è stato anche intercettato un missile balistico diretto verso il porto. Il disastro di Ras Laffan La notizia più pesante riguarda il Qatar. Gli attacchi iraniani di mercoledì e giovedì hanno causato danni ingenti a Ras Laffan, il più grande impianto di esportazione di gnl al mondo, che prima dello scoppio della guerra produceva da solo circa un quinto dell'offerta globale di gas naturale liquefatto. QatarEnergy ha dichiarato "forza maggiore" sull'intera produzione, sospendendo le consegne ai clienti sotto contratto. Forza maggiore è una clausola contrattuale che permette a una parte di sospendere o annullare i propri obblighi quando si verifica un evento straordinario, imprevedibile e al di fuori del suo controllo che rende impossibile l'adempimento. Il ministro dell'energia di Doha, Saad Sherida al Kaabi, ha dichiarato che la capacità di esportazione di gnl del Qatar si ridurrà del 17 per cento nei prossimi cinque anni, con una perdita stimata di 20 miliardi di dollari annui. Secondo al Kaabi, due dei quattordici "treni" di liquefazione dell'impianto sono stati danneggiati: "Per far ripartire la produzione, prima bisogna che cessino le ostilità". Shell, che ha una quota del 30 per cento in uno degli impianti gnl di Ras Laffan ed è proprietaria al cento per cento dell'impianto Pearl Gtl, ha confermato danni all'infrastruttura. Gli analisti interpellati dalla Bbc sono stati espliciti: cinque anni per la ricostruzione. I paesi asiatici – Giappone, Corea del Sud, India, Cina – sono i più esposti alla riduzione delle forniture qatariote. In Europa, Italia e Belgio erano già tra i principali clienti. Ieri il Brent ha toccato quota 118 dollari al barile, con un rialzo superiore al 60 per cento rispetto alla vigilia dell'inizio della guerra. Che cos'è Ras Laffan Per capire la portata del danno, vale la pena fermarsi un momento sulla geografia. Il complesso di Ras Laffan si estende per una superficie pari quasi a quella di Napoli. È stato costruito trent'anni fa a ottanta chilometri da Doha: non è una semplice raffineria, ma piuttosto una città industriale che fornisce da sola circa un quinto dell'offerta mondiale di gnl. Il Qatar è il terzo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto e ha costruito su questa risorsa, nel giro di tre decenni, la propria trasformazione in potenza energetica globale. La materia prima viene dal giacimento di North Dome, la più grande riserva offshore di gas al mondo – che il Qatar condivide, non senza ironia, proprio con l'Iran, dove prende il nome di South Pars. Secondo Justin Dargin, senior fellow presso il Middle East Council of Global Affairs di Doha sentito ieri dal NY Times, colpire Ras Laffan non è un atto di rappresaglia isolato: è parte di una strategia iraniana per infliggere danni ai paesi del Golfo e spingerli a fare pressione su Washington e Tel Aviv affinché "mettano fine a questa guerra". Se le infrastrutture energetiche iraniane continueranno a essere colpite, ha avvertito Dargin, Teheran "inizierà a prendere di mira la spina dorsale dell'energia nella regione del Golfo". Un avvertimento che, alla luce dell'attacco di questa notte sulla raffineria di Mina al Ahmadi in Kuwait, suona già come una descrizione del presente. Netanyahu e la frattura con Trump A complicare il quadro diplomatico è intervenuta una tensione inedita tra Washington e Tel Aviv. Mercoledì sera Trump aveva scritto sui social che gli Stati Uniti "non sapevano nulla di questo particolare attacco" a South Pars; una presa di distanza che tre funzionari israeliani hanno smentito a Reuters, sostenendo che il raid era stato coordinato con Washington. Ieri, in conferenza stampa, Netanyahu ha confermato che Israele ha agito da solo contro l'impianto di Asaluyeh – ossia la struttura di trattamento legata a South Pars – e che Trump gli ha chiesto di non ripetere attacchi di questo tipo: "Il presidente Trump ci ha chiesto di fermarci sulle infrastrutture energetiche, e ci siamo fermati". Netanyahu ha poi aggiunto che Iran non è più in grado di arricchire uranio né di produrre missili balistici dopo venti giorni di bombardamenti, e ha lasciato aperta la prospettiva di una rivolta popolare: "È presto per dirlo. Spetta al popolo iraniano cogliere le opportunità che stiamo creando". Trump, da parte sua, ha dichiarato alla Casa Bianca: "Gli ho detto: non farlo. E lui non lo farà. È coordinato. Ma a volte fa una cosa, e se non mi piace...". Sul possibile invio di truppe di terra in Iran – sul quale Reuters aveva riferito di valutazioni in corso all'interno dell'Amministrazione – il presidente americano ha risposto: "Non mando truppe da nessuna parte. Se lo facessi, certamente non ve lo direi. Ma non lo sto facendo". Trump aveva anche minacciato su Truth Social di "far saltare in aria l'intero giacimento di South Pars" se l'Iran avesse continuato a colpire il Qatar. I paesi del Golfo in un vicolo cieco Il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan al Saud, ha convocato a Riad una riunione d'emergenza di ministri arabi e musulmani e ha avvertito che "la pazienza ha un limite" e che "opzioni non politiche" rimangono sul tavolo. Il linguaggio è assertivo, la sostanza è ancora da verificare: i paesi del Golfo, come ha sintetizzato a Reuters l'analista Torbjorn Soltvedt di Verisk Maplecroft, si trovano intrappolati tra due rischi simmetrici: "Mantenere la neutralità non li protegge dagli attacchi iraniani, ma rispondere militarmente potrebbe scatenare ritorsioni ancora più pesanti". Il Qatar ha espulso gli addetti militari iraniani e ha chiesto spiegazioni all'Amministrazione Trump tramite il Comando centrale americano. Il ministro al Kaabi ha dichiarato a Reuters: "Se Israele attacca l'Iran, è un fatto tra Israele e l'Iran. Non ha nulla a che fare con noi". L'Organizzazione marittima internazionale ha nel frattempo avviato negoziati per aprire un corridoio umanitario nello stretto di Hormuz. Ma per ora lo stretto è ancora sotto il controllo de facto di Teheran, che decide chi passa e chi no. Dietro i numeri del petrolio e del gnl ci sono circa ventimila marittimi bloccati a bordo di navi ferme. Ieri, due navi sono state colpite da proiettili non identificati in prossimità del Golfo. Dall'inizio della guerra, più di venti imbarcazioni hanno segnalato incidenti nella zona. Le interviste raccolte dall'agenzia Afp restituiscono una dimensione concreta della crisi. Un marinaio indiano a bordo di una nave rifornimento al largo dell'Iraq racconta: "Non abbiamo abbastanza acqua a bordo. Fino a ieri avevamo acqua potabile normale, ma ora è finita e stiamo bollendo quella che abbiamo". Anche un capitano la cui nave è ferma al largo del Qatar, nei pressi di Ras Laffan, ha riferito che i 95 marinai rimasti a bordo stanno razionando cibo e acqua, dopo che 25 membri dell'equipaggio sono già riusciti a sbarcare. "Se il porto chiude completamente", ha detto, "non ci sarà più nessuna possibilità di fare uscire l'equipaggio".
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