Ametà Seicento Camillo Pamphilj fece scandalo chiedendo a suo zio, Papa Innocenzo X, di dargli il permesso di lasciare la porpora cardinalizia. Ma quando lo zio Papa apprese che il nipote l’aveva fatto per sposare Olimpia Aldobrandini – una ricca donna, erede di un cospicuo patrimonio familiare – fu assai deluso. Come del resto la madre di Camillo. Per entrambi, la donna non era all’altezza della sua famiglia. Perciò si opposero al matrimonio e decisero di disertare addirittura la cerimonia. Gli sposi furono banditi dai palazzi apostolici fino alla nascita del primogenito. Costretti a vivere a Frascati. E così, anni dopo, quando all’interno di Villa Pamphilj, a Roma, si terminava la costruzione del Casino del bel Respiro, un bellissimo edificio d’ispirazione palladiana, Camillo e Olimpia vollero uno spazio in cui sentirsi sempre a proprio agio. Il “Vestibolo degli amori difficili” lo chiamarono. Si trova al piano inferiore. Attraversandolo si accede al Giardino segreto. E’ decorato da dipinti che raccontano gli amori difficili nella mitologia classica, le tribolazioni e i tormenti degli dei. E’ in questa sala che la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha ricevuto, il 23 gennaio, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, nella sua visita di lavoro a Roma. Sebbene i rapporti tra Germania e Italia, ha detto Meloni, non siano affatto complicati, anzi “non sono mai stati così buoni” come oggi. Merz è arrivato con dieci ministri, sette le intese firmate, due accordi quadro. Un lungo elenco di convergenze politiche: il Mercosur, la sburocratizzazione dell’Unione Europea, la cooperazione militare, l’Ucraina, l’inversione del Green deal, l’automotive. Ma, soprattutto, l’atteggiamento da tenere nei confronti dell’America di Trump: non di sfida, come vuole il presidente francese Macron, ma pragmatico, collaborativo. Roma e Berlino allineati come i pianeti del sistema solare. Anche la Frankfurter Allgemeine Zeitung dice che “con l’Italia va meglio che con la Francia”. L’evento si racconta come ancora più eccezionale nel mondo della destra italiana. Dove si sogna l’intesa italo-tedesca al posto del motore franco-tedesco. Ma il quadretto dell’amore nascente, alla vigilia di San Valentino, si è scheggiato. Il cancelliere Merz parla alla conferenza sulla sicurezza di Monaco, dove l’anno scorso il vicepresidente statunitense J. D. Vance prese a schiaffi l’Europa, e dice che le politiche di Trump hanno causato una “profonda frattura” tra gli Stati Uniti e l’Unione. “La libertà di parola qui in Europa finisce dove inizia la dignità umana” dichiara Merz, attaccando le battaglie culturali del movimento Maga, “che non sono le nostre”. “Noi non crediamo nel protezionismo e nei dazi, ma nel libero mercato”. E, benché Meloni insista ancora sul bisogno di costruire ponti tra l’Europa e l’America, il giorno dopo San Valentino è costretta a riconoscere la differenza: “No, non sono d’accordo con Merz”. L’amore Italia Germania subito si complica, si arrovella, si contorce. Come sempre. Quando alla caduta del muro di Berlino la Germania si riunificò, Giulio Andreotti disse beffardamente che amava così tanto la Germania da preferirne due. Il sentimento per i tedeschi dell’ovest, la Repubblica Federale tedesca, era nato durante la prima visita ufficiale del cancelliere Konrad Adenauer in Italia, nel giugno del 1951. La prima visita di stato in assoluto per il cancelliere della nuova Germania, poiché fino ad allora nessun altro paese aveva ricevuto ufficialmente il capo di governo di una nazione che si portava dietro l’onta della Germania nazista. Si può immaginare il clima. Carlo Pettinato, direttore della Stampa a Torino durante la Repubblica di Salò, e membro del comitato centrale del Movimento sociale, scrive all’arrivo di Adenauer: “Mi commuove l’incontro politico italo-germanico, dopo una guerra fatta in comune, e la sconfitta subita in comune”. All’opposto, il Partito comunista organizza una protesta contro la visita e pellegrinaggi alle Fosse Ardeatine, il luogo della più sanguinosa strage nazista a Roma. Accusa Adenauer di continuare il regime hitleriano e di coprire, insieme a De Gasperi, i crimini nazifascisti. Addirittura il segretario Palmiro Togliatti scrive un telegramma al primo ministro dell’altra Germania, la Repubblica democratica tedesca, Otto Grotewohl, per raccontargli cosa ci fanno a Roma Adenauer e De Gasperi: “Sono spinti dall’imperialismo americano a tramare nuovi intrighi”. De Gasperi difende Adenauer in aula, ingaggiando un duello con Togliatti. “Il cancelliere rappresenta l’enorme maggioranza della Germania democratica”, dice tra gli applausi e i fischi. Urla, parapiglia, discorso interrotto più volte. Soprattutto, quando De Gasperi attacca il ricorso alle insinuazioni del segretario comunista: “Questi metodi non sono compatibili con lo spirito della Costituzione”. Oggi è ancora l’America a dividere la maggioranza e l’opposizione. L’Italia partecipa da osservatrice al Board of peace di Trump, Berlino no. Ma è tutt’altra America, in tutt’altro mondo, con tutt’altre Italia e Germania. Ha raccontato Romano Prodi che la prima volta che incontrò il Cancelliere Helmut Kohl, nel 1996, al termine delle due ore di amabile confronto, Kohl lo accompagnò alla porta e gli disse: “Romano, ma dimmi: secondo te, chi viene la prossima volta al tuo posto?”. Era l’Italia da poco fuori dalla prima Repubblica. Immaginata dai tedeschi come un’eterna Torre di Pisa sul punto di crollare, ma miracolosamente sempre in piedi. L’Italia regno dell’instabilità. Invece, Giorgia Meloni governa solidamente dall’ottobre del 2022. E non sembra destinata a lasciare il suo posto tanto presto. Anche questo alimenta la considerazione della Germania nei suoi confronti. Seppure, quando fu eletta, i giornali tedeschi la guardavano con estrema preoccupazione. “Chissà che combinerà questa figlia del Movimento sociale”, si chiedevano. Oggi, dice al Foglio Ulrich Ladurner, giornalista del settimanale Die Zeit, “l’atteggiamento è cambiato”. Meloni si è dimostrata ferma sull’Ucraina, ligia sul debito pubblico, chiaramente pragmatica con l’Unione Europea. “E’ una leader normalizzata”. Alcuni la osservano e pensano che anche l’Afd, il partito di estrema destra tedesco, in rapida ascesa elettorale, potrebbe arrivare al governo e accettare le regole del sistema. “Ma la maggior parte dell’opinione pubblica tedesca pensa che ci sia una differenza enorme tra il percorso della destra post fascista italiana e quello della destra estrema tedesca. Perché la destra italiana ha fatto di tutto per istituzionalizzarsi, mentre l’Afd cresce elettoralmente proprio perché fa il movimento opposto: si radicalizza”. Certo le culture politiche di Merz e Meloni sono diverse. Cristiano democratico il primo, cattolica conservatrice la seconda. A farli incontrare è stato Antonio Tajani, nel dicembre 2023, a Bruxelles, quando ancora il cancelliere tedesco era il socialdemocratico Olaf Scholz. Intorno all’incontro è sorto il mito di una Meloni che punta a divenire una Merkel italiana, posizionandosi al centro del sistema politico. Ma la cosa è finita lì. Gli ardori italo-tedeschi sono tutti per il duo Merzoni. Al punto che, maliziosamente, Gad Lerner ha consigliato ai Fratelli d’Italia di non chiamare l’intesa Meloni-Merz “asse”, come quello famigerato tra Hitler e Mussolini. Il Führer però amava Parigi molto più di Roma, nonostante Roma sia stata l’unica capitale che lo accolse in visita di stato, nel 1938. L’italofilo del Terzo Reich era Hermann Göring. Mentre Joseph Goebbels odiava l’Italia. E tifava per la punizione dopo il “tradimento” dell’8 settembre del 1943. Ma, in realtà, anche quando i tedeschi occuparono l’Italia militarmente, racconta lo storico Lutz Klinkhammer, autore de L’occupazione tedesca in Italia (Bollati Boringhieri), usarono nei confronti del nostro paese il criterio dell’eccezionalità. “Perché i tedeschi non occuparono, come con gli altri paesi, uno stato nemico: bensì, un paese che consideravano alleato”. Di qui una serie di conseguenze, anche giuridiche. “I 650 mila soldati italiani deportati in Germania non furono considerati prigionieri di guerra, ma internati militari italiani. Furono disarmati e sottoposti al lavoro coatto. Ragione per cui al termine della guerra chiesero un risarcimento alla Germania come vittime del nazismo. Risarcimento che la Repubblica federale non ha mai riconosciuto”. Ammirazione, pregiudizio, sogno, timore, passione, amicizia, ostilità. Il rapporto Italia e Germania è fatto di sentimenti intensi e contrastanti. Ai quali non è estranea Meloni. Nella sua autobiografia, Io sono Giorgia, ha confessato di provare “una certa avversione per la Germania”. Racconta che il giorno prima dell’orale, all’esame di maturità, le dissero che anziché italiano e francese avrebbe dovuto portare tedesco e francese. Cadde in preda alla disperazione. Le chiesero Der Tod in Venedig, La morte a Venezia di Thomas Mann. Ma se la cavò, in qualche modo. Anni dopo, però, le venne il dubbio che sia quella l’origine dei suoi sentimenti ambivalenti verso la Germania. Paese che apprezza per come ha gestito la riunificazione. “E’ quello che vorrei vedere in Italia per il nostro Mezzogiorno”. Ma anche con risentimento. Accusandola di essere stata l’attrice principale, insieme alla Francia, della tempesta finanziaria che portò alla fine del governo Berlusconi nel 2011, governo del quale era parte. Eppure, anche Meloni quando dovette dichiarare il suo voto contrario al governo di Mario Draghi è ricorsa alla citazione di un autore tedesco, per giunta di sinistra, Bertold Brecht: “Ci sedemmo dalla parte del torto”, disse, “perché tutti gli altri posti erano occupati”. Sterminato è infatti il debito della cultura italiana nei confronti di quella tedesca. Cosa sarebbero Croce e Gentile, disse una volta Claudio Magris, senza Hegel; o, attualmente, tutti i marxisti senza Marx, importato in Italia con “creativo rigore” da Labriola. Per non parlare di Nietzsche curato meticolosamente da Giorgio Colli e letto poi in chiave libertaria. E ancora: la scuola di Francoforte. Ma nemmeno la Germania sarebbe la stessa senza Il viaggio in Italia di Goethe, senza la Napoli porosa di Walter Benjamin, il Vesuvio di Adorno, oppure il viaggio in bicicletta nella penisola di Klaus Wagenbach, editore che ha tradotto il meglio della cultura italiana in Germania. Dice al Foglio Angelo Bolaffi, eminente germanista, che però sarebbe un errore credere che lo scambio tra Italia e Germania coinvolga solo le élite. I settecentomila soldati tedeschi che occuparono il nostro paese, imparando a conoscerlo e amarlo, poi si riversarono in massa sulla riviera romagnola quando la guerra finì, con moglie e figli. Viceversa “gli immigrati italiani hanno cambiato il volto della Germania. Hanno portato gusto, senso estetico, bellezza”. Chiedo a Bolaffi come abbiano fatto, dato che gli immigrati italiani venivano in gran parte dalle campagne del sud Italia, con le valigie di cartone, l’abito di lavoro sdrucito e quello della domenica nell’armadio. Risponde che anche “il più povero degli immigrati meridionali sapeva cucinare bene un piatto di pasta, abbinare i colori dei vestiti da indossare, apprezzare una melodia musicale”. Li chiamavano dispregiativamente “spaghettifresser”, mangiatori di spaghetti, ma i tedeschi hanno finito per fare la fila ai ristoranti italiani per poterli gustare. Ciò non significa che non permangano pregiudizi ed equivoci. Nessuno dimentica il Der Spiegel che mise in copertina un piatto di pasta con una pistola appoggiata sopra. Ma, come racconta ancora Bolaffi, pure la gran parte di noi italiani continua a chiamare i tedeschi “crucchi”, dimenticando che la parola nasce nell’ambito della rivalità tra Italia e Austria. Kruh era il modo in cui i prigionieri dell’esercito austro-ungarico, di nazionalità croata, chiedevano il pane ai loro carcerieri italiani. Di qui la parola, oggi usata per chiamare i tedeschi quando non gli si vuole fare un complimento. L’epoca dell’austerità di Angela Merkel è stato senz’altro il momento più intenso del pregiudizio anti tedesco negli ultimi trent’anni, e viceversa. In televisione erano ospitati tedeschi il cui ruolo era incarnare la parte del cattivo, ottuso, stupidamente inflessibile su ogni regola. Al contrario, l’Italia era dipinta come un paese di scriteriati spendaccioni. Tutto ciò mentre Mario Monti, oggi uno dei grandi critici dell’intesa Meloni-Merz, tentava di spiegare a Barack Obama che per i tedeschi “l’economia politica è una branca della morale”, raccontandogli che la parola debiti, schulden, in tedesco ha la stessa radice della parola colpa, schuld. Come pochi altri sono riusciti a fare, Meloni e Merz hanno però riavvicinato senza complessi Italia e Germania, due paesi che sanno amarsi e detestarsi come pochi altri. “Nulla piace agli uomini” scriveva Italo Calvino, “quanto avere dei nemici e poi vedere se sono proprio come ci s’immagina”. E’ possibile che la stessa cosa valga per gli stati e le nazioni. E se così fosse, chissà cos’hanno visto Meloni e Merz quando si sono guardati negli occhi, nel Casino del Bel Respiro, a Villa Pamphilj, nel “Vestibolo degli amori difficili”, voluto da una coppia che, pur di stare insieme, ha superato mille difficoltà.
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