Mosca. “Quello che in occidente non si capisce è che il Cremlino sta conducendo una doppia guerra, una interna, di repressione della società civile e una esterna, in Ucraina. E la seconda è la proiezione della prima, iniziata molto tempo fa”. Andrei Kolesnikov ha 60 anni, è stato un ricercatore del Carnegie Moscow Center, prima che chiudesse, con un passato tra Izvestia e Ria Novosti, quando ancora non erano stati fagocitati dalla propaganda di stato, mentre la sua famiglia fa parte di quell’intellighenzia liberale moscovita che è finita sotto il fuoco incrociato di divieti e censura. Nel dicembre 2022 è stato etichettato come agente straniero dal ministero della Giustizia. “Lì mi è caduto il mondo addosso – dice al Foglio – Tutti i miei colleghi del Carnegie – a parte il suo direttore, Dmitri Trenin, reinventatosi “politologo patriottico”, ndr – inclusi i collaboratori occasionali, hanno lasciato il paese, ”. E per Kolesnikov le “porte dell’Inquisizione” si sono aperte dopo che il Carnegie è stato dichiarato “organizzazione indesiderata” nel 2024, altra formula utilizzata per gettare discredito ed eliminare il dissenso. Con una buona dose di fortuna, però, lo studioso è riuscito a dimostrare che, da quando il centro era stato classificato come indesiderato, lui non vi aveva più collaborato. Ma quindi c’è ancora spazio per difendersi da accuse pretestuose? “Ogni tanto così pare. Ma spesso quello che ti salva in questo paese è la burocrazia. Pratiche che passano di mano in mano, da funzionari solerti a quelli più svogliati”. A poco serve interrogarsi sul perché taluno sia già in galera e altri non ancora; in questa strana roulette russa degli arresti arbitrari “è difficile pensare ci sia un’unica regia” – osserva Kolesnikov – La repressione segue logiche inintelligibili”. Eppure, le restrizioni si fanno via via più asfissianti: per monitorarne le entrate, lo stato ha obbligato gli agenti stranieri ad aprire conti speciali, ne ha vietato la candidatura alle elezioni, mentre, dal primo settembre, gli inoagent (agenti stranieri) non possono più collaborare a iniziative culturali con nessuna istituzione pubblica e privata. Dal 2026, come per veri pària della società, saranno introdotte aliquote loro dedicate. “Tra di noi qualcuno ha iniziato a domandarsi se in base ai nuovi divieti potremo ancora scrivere articoli e pubblicarli…”, osserva amaramente Kolesnikov. Del resto, le librerie di Mosca hanno già da tempo rinunciato a ospitarne i volumi tra gli scaffali, pena multe salate e perdita di fondi pubblici. Ciononostante, la vita professionale di Kolesnikov va avanti. “E’ un lavoro per un pubblico circoscritto, ma sono pur sempre pieno di cose da fare tra gli editoriali per NewTimes.ru (la pubblicazione è visualizzabile solo con VPN, ndr) e i numeri di Novaja Gazeta. Fino a qualche mese fa ho lavorato anche al magazine di cultura politica Gorby (dal soprannome di Gorbaciov, ndr)”. Il 20 giugno scorso, però, anche Gorby Media è stato designato come “agente straniero” e la rivista è stata chiusa: “Ma in due anni abbiamo pubblicato ventitré numeri di un bel prodotto editoriale e ora ci prepariamo a continuare con un altro samizdat, che abbiamo chiamato Urbi et Orbi”. Quanto a Novaja Gazeta, il quotidiano che fu di Anna Politkovskaja è stato privato della licenza da quando il suo direttore, Dmitri Muratov, Premio Nobel per la Pace per il 2021, è finito anche lui in questo sordido registro di spie senza spionaggio. “Però anche senza licenza, possiamo stampare e distribuire fino a 999 copie al mese senza incorrere in sanzioni. Per il momento ci lasciano lavorare e lo dobbiamo a Muratov”. Lui, come del resto Alexei Venediktov, fondatore della radio Eco di Mosca, chiusa all’indomani dell’invasione e ora sostituita online da Zhivoi Gvozd, mantengono uno status latu sensu politico. Il ruolo svolto (e ancora da svolgere) nello scambio dei prigionieri politici con i paesi occidentali sembra preservarli da ulteriori attacchi. Ma al di là di queste figure, continua Kolesnikov, “io rifiuto inviti all’estero da parte di organizzazioni classificate come indesiderate in Russia. Naturalmente, ho pensato anch’io di lasciare il paese, diversi amici del Carnegie sono venuti proprio in Italia, ma sapevo che la guerra sarebbe durata a lungo e allora ho preferito restare. Il mio oggetto di indagine è qui, fare questo mestiere dall’estero non sarebbe la stessa cosa. Certo, ho dovuto abituarmi al fatto che amici e conoscenti non abbiano più voglia di farsi fotografare con me, ma lo posso capire”. Mentre parliamo, in un sontuoso Caffè a due passi dalla Lubjanka, la sede dei servizi segreti, gli chiedo anche dei suoi contatti con Anatoly Chubais, l’ex-consigliere presidenziale artefice delle privatizzazioni, in auge ai tempi di Eltsin, ma emigrato in Israele dopo l’invasione, di cui Kolesnikov ha scritto una biografia. “Ah, lui mi dice di venire via, l’ho incontrato tempo fa in un seminario a Tel Aviv dove ha avviato un programma di Russian Studies. Se tornasse, lo arresterebbero (proprio come a giugno hanno arrestato per malversazione altri sette manager di Rusnano Group, la società di stato di cui era presidente, ndr)”. La repressione ha ormai superato il livello di guardia anche per l’élite di un tempo: Ludmila Telen, la vicedirettrice del Centro Eltsin di Ekaterinburg, un centro culturale istituito sotto l’alto patronato della presidenza della Repubblica, è stata multata per aver screditato l’esercito con una sanzione amministrativa pari a 500 euro. L’illecito amministrativo è il primo passo per l’apertura di un’indagine penale. Telen è stata colpita per avvertire la famiglia Eltsin. La condivisione sui social di un vecchio messaggio contro la guerra di Tatiana Yumasheva, la figlia di Eltsin, è un chiaro segnale intimidatorio. Eppure la vecchia élite liberale da purgare ha avuto e ha ancora qualche sponsor: “Se alcuni non sono ancora al fresco, devono ringraziare chi come Alexei Kudrin difende i suoi direttamente con Putin” spiega Kolesnikov, riferendosi all’ex Ministro delle Finanze (2000-2011), ritiratosi dalla vita politica con l’inizio della guerra, ma attivo come advisor di Yandex, una tra le più importanti società IT in Russia. Mentre parliamo, nonostante Kolesnikov si esprima quasi bisbigliando, due uomini in pausa dall’ufficio si avvicinano al nostro tavolo. Uno dei due saluta calorosamente Kolesnikov e esclama non senza ironia: “Ah ma lei è il vero Andrei Kolesnikov!”. In effetti, il nostro interlocutore condivide l’omonimia con un altrettanto noto giornalista del Kommersant, quotidiano, però, di tutt’altro orientamento. Dopo qualche altro convenevole, i due se ne vanno. Kolesnikov appare interdetto, dice di non ricordarsi bene chi sia quel tale, ma che spesso, complice le sue apparizioni su canali esteri di opposizione che trasmettono su YouTube (tutti consultabili solo con VPN), viene fermato per strada da gente comune che lo ringrazia per quello che scrive. Di questo cappio al collo tutta la società russa è, nel bene e nel male, consapevole. Del resto, etichette appiccicate addosso a chi è in minoranza isolano e terrorizzano, ma sortiscono il loro effetto: far capire al popolo che ha un nemico da odiare. Allo stesso tempo, però, dello stato di polizia le strade di Mosca non hanno nulla e la qualità della vita della capitale non è inferiore a quella di Londra o Parigi. Difficile insomma percepire a occhio nudo il lavorìo silenzioso della repressione. Eppure, nonostante le tante distrazioni che la capitale offre, in un anno come il 2025, per l’ottantesimo anniversario dalla Vittoria, il regime ha sfruttato al massimo il tema della guerra: dagli spettacoli del popolare circo Nikulin sul Tsvetnoj Bulvàr agli addobbi e alle musiche nostalgiche del Zhivago, storico ristorante di fronte alla Piazza Rossa, dove anche il premier ungherese Orbán si è trattenuto di recente, tutto ricorda e deve ricordare il “mito fondativo” del 1945. Passeggiando per il nuovo avveniristico parco sulla Moscova, a due passi dal Cremlino, fermo uno dei guardiani, che non ha nessuna voglia di darmi indicazioni sulla lista di concerti gratuiti all’aperto e sbotta: “Qui ormai non c’è spazio che per la guerra e il patriottismo; anche a scuola: ha visto, ha letto?” Mi domanda polemico. Si riferisce alle nuove disposizioni del ministero dell’Istruzione. Dal primo settembre, giorno del rientro a scuola, sono state introdotte nuove uniformi dalla foggia sovietica e i bambini tra gli 11 e i 13 anni hanno visto le ore settimanali di lingua straniera ridotte a due e le altre sostituite dall’insegnamento di “Cultura spirituale e morale della Russia”: per non parlare di “Conversazioni importanti”, un progetto pilota per bimbi in età prescolare volto a forgiare nei più piccoli il senso di attaccamento alla patria o, meglio, al “carattere distintivo della civiltà russa”, come si dice ora. Se la consapevolezza della repressione è ampia, ma in pochi la toccano con mano, molto più diffusa è la stanchezza per il clima militare e per un patriottismo propagandato fino allo sfinimento, non senza tratti grotteschi. Per questo, salvo chi ne tragga un guadagno immediato, non sembra davvero vi siano russi disposti a proseguire lo stillicidio dell’svo, l’acronimo usato per indicare l’operazione speciale. Allo stesso tempo, accanto a una stanchezza generalizzata, la convinzione più comune è che la fine delle ostilità non dipenda da Mosca: “Per Putin la guerra è esistenziale, lo è anche per il suo modo di intendere i rapporti con gli altri paesi – spiega ancora Kolesnikov, che poi aggiunge: “Però da una guerra calda si può tornare a una guerra fredda, cosa che del resto qui sarebbe molto apprezzata”, come ha mostrato il vertice di Anchorage di Ferragosto. L’occidente dovrebbe contribuire ad agevolare questa transizione: “Stati Uniti ed Europa non dovrebbero avere alcun interesse a far fallire i negoziati. L’obiettivo deve tornare a essere quello di ‘contenimento e deterrenza’, secondo quanto indicato da Kissinger. Anche se questo lo devono fare in primo luogo gli americani”. Non a caso Trump aveva inizialmente promesso che i rapporti commerciali con Mosca potessero riprendere soltanto a guerra conclusa. “E questo è corretto. Prima si chiude il conflitto e si definiscono le basi di questa nuova coesistenza, diversa da quella precedente, poi si può pensare a che livello di collaborazione economica tornare”. Per chiudere il conflitto però “l’Europa deve aiutare Zelensky ad articolare il piano che Trump non è in grado da solo di proporre, insistendo per il congelamento della guerra sulla linea del fronte, senza formali cessioni di territori, sul modello coreano”. Per il momento, “mi pare che i leader europei facciano dichiarazioni contraddittorie: per esempio, quando parlano di inviare truppe sul territorio ucraino. Sono frasi che alimentano soltanto la retorica di Putin”. Al contrario, conclude Kolesnikov, l’ipotesi di continuare a sostenere a oltranza la difesa ucraina non è sostenibile: “La gente continua a morire. Si rischia di sacrificare le generazioni più giovani”. E, soprattutto, la situazione di forte incertezza che ne deriva non può essere preferita a una linea di contatto congelata che, certo, è un’opzione terribile perché è il prologo di un nuovo ordine mondiale orchestrato con Putin, ma è pur sempre meglio della forte instabilità nella regione.
Continua a leggere su "Il Foglio"