La sinistra che sa fare pace con Blair

17/05/2024 04:07 Il Foglio

Riprendiamoci il futuro del Regno Unito, ha detto Keir Starmer, lanciando “i primi passi per il cambiamento” del paese, quando il suo Labour sarà al governo. E’ andato nell’Essex, la contea dalle spiagge piatte nell’est dell’Inghilterra che alle elezioni del 2019 è diventata tutta blu-conservatori, assieme ai ministri del suo governo ombra per presentare i sei punti che sostanziano il suo programma elettorale – la data del voto non c’è ancora, sappiamo solo che il limite massimo è tra 256 giorni. La grafica è essenziale, c’è una foto in bianco e nero di uno Starmer molto serio e di fianco le scritte in rosso Labour con le sei promesse: dare stabilità economica, tagliare i tempi di attesa per accedere al Servizio sanitario nazionale, istituire un nuovo Border Security Command (il controllo dei confini), costituire la Great British Energy (una compagnia pubblica per l’energia pulita), contrastare i comportamenti antisociali, assumere 6.500 nuovi insegnanti. Il Labour preferisce chiamare queste promesse “le proposte a portata di mano”, ma ha già dovuto rassegnarsi al fatto che è una “pledge card”, una carta degli impegni, e che ormai tutti la chiamano così e la paragonano con quella, famosa e vincente, che propose Tony Blair nel 1997 e che poi è stata replicata in grande, con una stele di pietra incisa, da Ed Miliband nella sfortunata campagna laburista del 2015. Il richiamo a Blair è evidente, e voluto. La card del 1997 era piccola e maneggevole, potevi tenerla nel portafoglio. Cominciava dicendo: tieni questa carta e controlla se manteniamo le promesse. Che erano cinque, di cui tre rivolte ai giovani, una sulle liste d’attesa del Sistema sanitario nazionale e una, la più famosa, sul non aumento delle tasse – in calce c’era la firma di Blair e un numero di telefono da chiamare per unirsi al Labour (oggi c’è un QR Code). Un’altra immagine molto famosa di allora era un Blair color seppia, sorridente con lo sguardo sognante, oltre chi lo guarda, e soprattutto giovane (aveva 44 anni, oggi Starmer ne ha 61) con la scritta rossa: “Perché la Gran Bretagna merita di più”. Keir Starmer non ha più paura a riferirsi e ispirarsi a quella campagna, non teme il confronto impietoso dei nostalgici e quello più rischioso di chi detesta l’ex premier e che, a ogni sua menzione, commenta sui social: criminale di guerra. Josh Simons, che guida il think tank di riferimento di Starmer, Labour Together, ha scritto sul New Statesman che questa nuova stagione si può definire “post blairismo”. La domanda a Starmer su Blair è stata inevitabile (l’ha fatta Ben Riley-Smith del quotidiano conservatore Daily Telegraph), nell’appuntamento al Backstage Centre di Purfleet che sembrava un po’ conferenza di partito  e un po’ convention americana: stai soltanto copincollando l’ex premier, senza giacca e cravatta? Il leader del Labour ha iniziato deciso: “La prima cosa che direi riguardo a Tony Blair, e che è più importante del togliersi la cravatta, è che ha vinto tre elezioni di fila”. E poi: “Quel che Blair ha fatto nel 1997 è quel che Harold Wilson aveva fatto nel 1964 e quel che Clement Attlee fece nel 1945, cioè levare il Labour dall’opposizione e portarlo al potere. E la cosa che li unisce è la capacità di intravedere il futuro e di convincere le persone a partire per questo viaggio verso un futuro di cambiamento. In questo senso ci sono delle somiglianze perché penso che si debba sbirciare il futuro, si debbano comprendere le sfide – ma non è un copycat, perché sono passati 27 anni dal 1997. Le sfide di oggi non sono le stesse che aveva davanti Tony Blair”. E’ il post blairismo, come dice Simons, che in un’intervista ieri sul Financial Times si concede il lusso di pavoneggiarsi: lo stesso Blair diceva che il Labour era perduto negli anni dell’antiriformismo di Jeremy Corbyn e che fosse necessario costruire un nuovo partito social-liberale, dice “il moderato oltranzista” Simons, mentre noi eravamo convinti che bisognasse riprendersi indietro il partito, e avevamo ragione. L’ascesa di Labour Together, il laboratorio dello starmerismo, ne è la conferma: un anno e mezzo fa aveva un unico dipendente, ora ne ha 34 e un numero doppio di consulenti; dal marzo scorso ha raccolto 1,74 milioni di sterline in fondi, quando la raccolta media degli anni precedenti era di 165  mila sterline. Commentando il superevento di ieri, Simons dice al Foglio: “Il Regno Unito è in mezzo a molte difficoltà economiche e soltanto Keir Starmer può fornire il cambiamento di cui abbiamo disperatamente bisogno. La nostra economia in questo momento non funziona per la gente comune, le nostre strade e le nostre frontiere non sono sicure, e tutto ciò che il nostro premier, Rishi Sunak, riesce a fare è tentennare”. Le promesse della card  servono non soltanto per riportare il Labour sulla strada del riformismo ma anche per attirare l’elettorato moderato conservatore stanco di quattordici anni di governo dei Tory. La scommessa di Starmer è proprio questa, il famoso “swing” di elettori da destra a sinistra, costruendo una casa più  grande per i moderati – questa sì è l’ambizione blairiana della “big tent”. Nell’Essex ieri se n’è visto un assaggio, con i leader laburisti tutti schierati assieme a qualche donor e all’endorsement più chiacchierato, quello del ceo di Boots, Sebastian  James, che è un grande amico del ministro degli Esteri conservatore David Cameron. La restaurazione del blairismo è forse l’azzardo più grande di Keir Starmer, che ha imparato a procedere cauto, cercando di evitare gli errori. “La convinzione di Starmer” che il disastro dei conservatori debba finire “è ciò che guida la  sua ideologia. I valori dei lavoratori sono i suoi valori ed è su questo che combatterà le elezioni”, ci dice Simons. Alcuni la chiamano la strategia del “vaso Ming”: Starmer vuole sfruttare l’impopolarità dei Tory per vincere. Basta per mobilitare l’elettorato e per determinare lo “swing”? Il sondaggista Andrew Cooper, che lavorava con Cameron e ora è passato con il Labour, uno swinger quindi, dice di no.  

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