Trump: "Colloqui positivi con l'Iran", che però smentisce. Axios: incontro a Islamabad in settimana

23/03/2026 07:58 Il Foglio

I FATTI PRINCIPALI, IN BREVE Possibile vertice in Pakistan. Secondo Axios, i paesi mediatori starebbero cercando di organizzare un incontro entro la settimana a Islamabad tra il presidente del parlamento iraniano Ghalibaf e gli inviati americani Witkoff e Kushner, con possibile partecipazione di JD Vance Il direttore dell'Agenzia internazionale dell'energia Fatih Birol avverte che la crisi è peggiore dell'effetto combinato degli shock petroliferi del 1973 e del 1979, con 11 milioni di barili al giorno sottratti al mercato Trump annuncia colloqui "positivi" con l'Iran: su Truth Social dichiara una pausa di cinque giorni dagli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane; elenca 15 punti di intesa, tra cui rinuncia al nucleare e riapertura di Hormuz. L'Iran smentisce: il ministero degli Esteri definisce le affermazioni di Trump un tentativo di far scendere i prezzi dell'energia e guadagnare tempo Nuovi raid israeliani su Teheran e in Libano         La crisi energetica non finirà tanto presto Il direttore esecutivo dell'Agenzia internazionale dell'energia, Fatih Birol, ha messo in guardia lunedì contro un eccesso di ottimismo: anche se la guerra finisse presto, i mercati energetici non si riprenderebbero rapidamente. "Ci vorrà del tempo per tornare ai giorni normali che avevamo prima che la guerra iniziasse", ha detto parlando a Canberra, all'inizio di un tour globale nella regione Asia-Pacifico, che dipende pesantemente dalle materie prime che transitano per lo stretto di Hormuz. Birol ha accusato i decisori globali di non rendersi conto della gravità della crisi, che definisce peggiore dell'effetto combinato degli shock petroliferi del 1973 e del 1979: la guerra ha già sottratto al mercato globale 11 milioni di barili al giorno, contro i 10 milioni persi complessivamente nelle due crisi degli anni Settanta. L'agenzia, ha aggiunto, è in trattativa con i governi di Asia ed Europa per ulteriori rilasci dalle riserve strategiche nazionali, dopo aver già coordinato – meno di due settimane fa – il più grande rilascio di scorte petrolifere nella storia. Sul fronte del gas, Birol ha sottolineato che il conflitto ha avuto un impatto sulle forniture di gas naturale persino superiore a quello provocato dall'invasione russa dell'Ucraina. Tra i danni più gravi figura l'attacco iraniano al complesso di Ras Laffan in Qatar – il più grande impianto di trattamento di gas naturale liquefatto al mondo – che ha già eliminato circa il 17 per cento della capacità di esportazione del paese, con tempi di ripristino che secondo il ministro dell'Energia qatariota Saad al Kaabi potrebbero arrivare a cinque anni.             I mercati festeggiano, ma con riserva Il post su Truth Social di Trump, pubblicato poco dopo le 7 di mattina ora della costa est (in Italia erano le 13), ha ribaltato quello che si preannunciava come un lunedì nero per i mercati globali. I futures sul greggio Brent, che trattavano intorno ai 113 dollari al barile prima dell'annuncio, sono scivolati sotto i 100 dollari nell'immediato e intorno ai 98 a metà giornata. Lo S&P 500 guadagnava il 2,1 per cento alle 11:30. I rendimenti obbligazionari globali sono scesi, con gli investitori che hanno rivisto al ribasso le aspettative di inflazione e di rialzi dei tassi da parte delle banche centrali. Gli analisti di Evercore ISI hanno però invitato alla cautela: "È impossibile dire se questo segnali un genuino progresso verso una via d'uscita dalla guerra, o se Trump stia solo zigzagando per guadagnare tempo e impedire al petrolio di sfondare quota 150 dollari al barile". Il rimbalzo, secondo Axios, sembra riflettere meno una fiducia profonda nella solidità dei negoziati quanto il sollievo per il fatto che Trump stia apparentemente scegliendo la via della de-escalation. Per chi tratta petrolio o azioni dei paesi asiatici che dipendono dalle materie prime che transitano per il Golfo Persico, la sostanza dell'eventuale accordo politico conta poco: quello che conta è che le rotte commerciali tornino aperte. Vale anche la pena notare che questa dinamica – un annuncio presidenziale che scuote i mercati globali, seguito da smentite e incertezze – ricorda da vicino le oscillazioni dei dazi del "Liberation Day" dell'anno scorso, con la differenza che questa volta le poste in gioco in termini di vite umane sono enormemente più alte.     Chi tratta per Teheran. Possibile incontro a Islamabad in settimana Trump ha confermato che i suoi inviati hanno parlato con "un alto funzionario della leadership iraniana", ma ha rifiutato di fare il nome: "Non voglio farlo ammazzare", ha detto. Ha però aggiunto di ritenere che si tratti di "una delle personalità più rispettate" nell'apparato di Teheran, precisando di non riferirsi alla guida suprema, "dalla quale non abbiamo ancora sentito nulla". Secondo Axios, che cita un funzionario israeliano, i colloqui americani con la parte iraniana si sarebbero svolti con il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. Lo stesso nome lo fa anche una fonte al Jerusalem Post. Trump ha poi elencato – senza che nessuno di questi punti sia stato confermato da Teheran – quelli che ha descritto come punti di intesa già raggiunti: l'Iran avrebbe accettato di non perseguire armi nucleari, di non arricchire uranio e di consegnare le scorte esistenti; avrebbe concordato di "tenere un profilo basso sui missili" e acconsentito alla riapertura dello stretto di Hormuz. "Se portano avanti tutto questo, il conflitto finirà. Vogliono un accordo. Anche noi vogliamo un accordo", ha detto il presidente americano. Una fonte americana citata da Axios ha riferito che Turchia, Egitto e Pakistan stanno facendo da staffetta tra Washington e Teheran da due giorni, con i ministri degli Esteri dei tre paesi che hanno tenuto colloqui separati con Witkoff e con il ministro degli Esteri iraniano Araghchi. Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty aveva chiamato domenica Witkoff, Araghchi e i colleghi di Pakistan, Turchia e Qatar, sottolineando l'importanza di "contenere gli effetti più ampi del conflitto e impedire che si espanda". "La mediazione è in corso e sta facendo progressi", ha detto una fonte a conoscenza dei dettagli. "La discussione riguarda la fine della guerra e la risoluzione di tutte le questioni aperte. Speriamo di avere risposte presto". Sul possibile incontro diretto, Axios riporta che i paesi mediatori starebbero cercando di organizzare un vertice a Islamabad entro la settimana tra Ghalibaf e Witkoff e Kushner. All'incontro potrebbe partecipare anche il vicepresidente JD Vance. Il funzionario israeliano citato da Axios ha precisato che Israele era a conoscenza dei contatti indiretti tra Washington e Teheran, ma è stato colto di sorpresa dalla rapidità degli sviluppi annunciati da Trump: "Non sapevamo che le cose si muovessero così in fretta".           La sistematica distruzione dei ponti sul Litani L'esercito israeliano ha colpito il ponte di Dallafa, nel sud del Libano. Glii israeliani sostengono che gli attacchi sono diretti contro Hezbollah, il gruppo armato sostenuto dall'Iran, accusato di utilizzare i ponti per inviare combattenti e armi nel sud del paese per combattere Israele. Tuttavia, anche i civili libanesi hanno utilizzato i ponti per sfuggire ai combattimenti nel sud del Libano, sotto gli intensi bombardamenti israeliani. L'attacco di oggi si inserisce in una campagna di distruzione delle infrastrutture logistiche che va avanti da oltre una settimana. Il primo attacco esplicitamente riconosciuto dall'esercito israeliano a infrastrutture civili risale al 13 marzo, quando fu colpito il ponte Zrarieh sul fiume Litani. Il 19 marzo il ministro della difesa Israel Katz annunciò la distruzione di altri due ponti sul Litani, affermando che venivano utilizzati "per il contrabbando di armi e per gli spostamenti degli operativi di Hezbollah verso sud". Katz definì gli attacchi "un'azione diretta contro l'uso da parte di Hezbollah delle infrastrutture dello stato libanese per portare avanti attività terroristiche" e un "chiaro messaggio al governo libanese". A quel punto il ministro impartì all'esercito l'ordine di distruggere tutti i ponti sul Litani utilizzati per "attività terroristiche", e di accelerare la demolizione delle abitazioni libanesi nei "villaggi di prima linea" per neutralizzare le minacce alle comunità israeliane, descrivendo l'approccio come simile al modello adottato a Beit Hanoun e Rafah a Gaza. Domenica 22 marzo è stato il turno del ponte Qasmiyeh, un'arteria vitale che collega il sud del Libano al resto del paese. Il presidente libanese Joseph Aoun ha definito l'attacco "un preludio all'invasione di terra" e una violazione flagrante della sovranità del Libano. Aoun ha parlato di "politica di punizione collettiva contro i civili" e di un tentativo di "recidere il collegamento geografico tra la regione a sud del Litani e il resto del territorio libanese", con il rischio concreto di isolare le comunità ancora presenti nel sud dal resto del paese.   Reuters riporta che gli attacchi israeliani hanno ucciso in Libano oltre mille persone, tra cui quasi 120 bambini, 80 donne e 40 operatori sanitari, secondo il ministero della salute libanese. Più di un milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Human Rights Watch ha avvertito che se tutti i ponti venissero distrutti e la regione fosse isolata, il danno per i civili sarebbe "così enorme da configurare una catastrofe umanitaria", con le persone ancora nel sud impossibilitate ad accedere a cibo, medicine e altri beni di prima necessità.        Qualche nuova informazione sul labirinto diplomatico Trump ha annunciato colloqui "molto buoni e produttivi" con Teheran (vedi il paragarafo seguente: "L'ottimismo di Trump: "Colloqui positivi con l'Iran"). Il ministero degli Esteri iraniano ha smentito che si siano tenuti negoziati. Un quadro più articolato (anche se non ci sono ancora elementi per confermarlo) emerge tuttavia da fonti israeliane. Il quotidiano israeliano Ynet, citando funzionari di Gerusalemme, scrive che sarebbero in corso intensi contatti tra Washington e Teheran, sia in forma diretta sia attraverso la mediazione del Qatar e della Turchia. Secondo queste fonti, un possibile schema d'accordo in discussione prevederebbe che l'Iran consenta la riapertura dello stretto di Hormuz in una prima fase, con gli Stati Uniti che si asterrebbero dall'attaccare le centrali elettriche. Un cessate il fuoco più ampio verrebbe perseguito in una seconda fase. Questi contatti sarebbero avvenuti attraverso canali multipli, tra cui il consigliere presidenziale Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, con la mediazione guidata principalmente dal Qatar e sostenuta dalla Turchia. Il premier qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan per coordinarsi sugli sforzi di de-escalation, con un'attenzione particolare alla sicurezza energetica globale e alla libertà di navigazione. Israele, secondo le stesse fonti di Ynet, non sarebbe rimasto sorpreso dall'annuncio di Trump e si aspetterebbe di allinearsi alle sue decisioni, pur avendo sostenuto in precedenza l'opzione di un attacco su larga scala alle infrastrutture energetiche iraniane. In un'intervista rilasciata a Fox News nel pomeriggio, Donald Trump ha ribaditop che "l'Iran vuole un accordo" e ha detto di non sapere bene a cosa si riferiscano i media iraniani quando parlano di assenza di trattative con Washington. Trump ha precisato che i contatti più recenti si sono svolti nella serata di domenica, con Witkoff e Jared Kushner impegnati in colloqui diretti con le loro controparti iraniane. Anche il governo britannico ha confermato di essere a conoscenza dei colloqui in corso tra Washington e Teheran. Il primo ministro Keir Starmer, in un'audizione con i parlamentari, ha detto che la priorità è raggiungere "un accordo negoziato che imponga condizioni stringenti all'iran, in particolare sul tema delle armi nucleari". Starmer ha espresso la speranza che le ostilità finiscano presto, ma sul fronte economico ha adottato un tono più cauto: quanto al possibile impatto, ha detto, il governo è costretto a "pianificare sulla base del fatto che un accordo potrebbe non esserci".        Trump: "Colloqui positivi con l'Iran". Ma Teheran smentisce Il presidente americano Donald Trump ha scritto su Truth Social che gli Stati Uniti e l'Iran hanno avuto "colloqui molto positivi e produttivi riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in medio oriente" e di aver dato istruzioni al Pentagono di rinviare per cinque giorni qualsiasi attacco contro centrali elettriche e infrastrutture energetiche iraniane. Non è chiaro chi si sia occupato, nell'Amministazione Trump, di questi colloqui con il regime iraniano. Anche perché negli ultimi giorni Stati Uniti e Iran hanno continuato a minacciarsi a vicenda.         Trump non ha fornito dettagli su come Iran e Stati Uniti potrebbero raggiungere un accordo per una "risoluzione completa e totale" delle ostilità. Analisti sentiti dal New York Times hanno detto che è difficile individuare una possibile via d'uscita dal conflitto, visto che sia Israele sia gli Stati Uniti hanno chiesto la destituzione del governo iraniano. Il ministero degli esteri iraniano ha smentito le dichiarazioni di Trump sui negoziati "molto positivi": secondo Teheran non esistono comunicazioni dirette né indirette con Washington. Diversi media affiliati allo stato iraniano citano il ministero nel definire le affermazioni di Trump un tentativo di far scendere i prezzi dell'energia e guadagnare tempo per i piani militari. L'agenzia Fars, ripresa da Reuters, aggiunge che Trump avrebbe anche rinunciato all'idea di colpire le centrali elettriche iraniane dopo che l'Iran aveva minacciato di rispondere colpendo gli impianti elettrici in tutto il medio oriente.     Il ministero degli esteri di Teheran ha riconosciuto l'esistenza di "iniziative" da parte di paesi della regione per "ridurre le tensioni", ma ha respinto ogni mediazione: "Non siamo noi ad aver iniziato questa guerra", ha detto il ministero secondo Mehr News. "Tutte queste richieste vadano indirizzate a Washington".  Per Trump, permettere il passaggio del petrolio attraverso lo stretto di Hormuz è la questione più urgente da risolvere. Non è però l'unica. Due sono i problemi che ha davanti il presidente americano: come gestire i 440 chilogrammi di uranio quasi pronto per l'utilizzo bellico che si ritiene l'Iran abbia immagazzinato negli impianti nucleari di Isfahan e Natanz; ed evitare di essere considerato un traditore del popolo iraniano qualora non ci fosse un ribaltamento del regime e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e la nuova Guida Suprema rimanessero al loro posto. I mercati hanno reagito positivamente alle parole del presidente americano. Il prezzo del petrolio è sceso e le borse europee hanno invertito la rotta: Francoforte sale del 3,3 per cento, Parigi del 2,62, Milano dell'1,85.     Nuovi raid israeliani sull'Iran. Molte zone di Teheran senza elettricità     Nelle prime ore di oggi, l'esercito israeliano ha iniziato una nuova ondata di attacchi contro le infrastrutture iraniane a Teheran. Diverse zone della capitale iraniana sono senza elettricità. I media iraniani hanno riportato esplosioni in tutto il territorio urbano. I residenti hanno raccontato di attacchi prolungati nei quartieri periferici orientali, occidentali e settentrionali della città. Nel fine settimana Donald Trump aveva minacciato attacchi contro le centrali elettriche iraniane qualora il regime non avesse permesso di nuovo il passaggio delle petroliere dallo stretto di Hormuz.         Un ultimatum che è stato respinto dall'Iran, minacciando ritorsioni contro le infrastrutture energetiche nei paesi che ospitano truppe americane e attacchi contro gli impianti di desalinizzazione, vitali per gran parte del medio oriente.

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