Il nocciolo duro del regime iraniano si fa bastare i messaggi smozzicati per credere alla sopravvivenza

14/03/2026 04:59 Il Foglio

Ieri, sotto un cielo plumbeo, interrotto da dense colonne di fumo, la Repubblica islamica ha celebrato la giornata di al Quds con una processione, a favor di telecamera, per le strade di Teheran. Ai lati del corteo volteggiavano le bandiere e s’intersecavano i soliti slogan, “Morte all’America”, “Morte a Israele”, e in mezzo, fiancheggiati da bassiji, guardie del corpo e poliziotti in borghese sono sfilati il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale Ali Larijani, il capo della polizia Ahmadreza Radan, il presidente Massoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, il capo della Giustizia Gholam Hossein Mohseni Ejei, l’ayatollah Alireza Arafi, il direttore dell’agenzia atomica Mohammad Eslami e il capo della giustizia Gholam Hossein Mohseni Ejei. Nessuna traccia, invece, della nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, nessun video, né messaggio audio dopo la dichiarazione d’intenti di giovedì.    “Sappiamo che è ferito e probabilmente sfigurato”, ha detto ieri il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth. Quanto pesa l’assenza di Mojtaba? La sua effigie giganteggia dai cartelloni, il quotidiano dei falchi Kayhan lo ha promosso “comandante della guerra”, ma mentre montano le indiscrezioni, che impatto provoca ha la sua lontananza sul nocciolo duro del regime? Per quanto significativa e quali che siano le circostanze che la motivano, secondo l’analista iraniano-americano Kian Tajbakhsh, al momento l’assenza di Mojtaba, non suscita eccessivi turbamenti. “E’ ancora presto. Parliamo di un uomo che è a stretto contatto con il centro nevralgico del potere da anni, ma non dobbiamo dimenticare che si tratta anche di una persona che si è sempre mossa dietro le quinte, e in questo senso lo stile di Mojtaba finora è una prosecuzione di quello che già conosciamo di lui – spiega al Foglio Tajbakhsh – In linea generale, Mojtaba non compare in pubblico perché è un bersaglio, di fatto un morto che cammina, gli israeliani lo hanno già detto chiaramente e per questo motivo, a guerra in corso, la base sarà incline a offrirgli il beneficio del dubbio”. Bisogna inoltre considerare che in questa mancanza si inserisce la suggestione di un elemento mistico, il rimando al Mahdi, l’imam nascosto, che aggiunge una glossa di mistero all’intera faccenda.   Secondo Tajbakhsh, invece, al di là dell’assenza del leader della rivoluzione, l’aspetto decisivo “è il fatto che resti attivo un canale di comunicazione e che venga mantenuta un’uniformità nei messaggi, una concordanza nel rilanciare la sfida, a tutti i livelli del sistema”. Ed è in quest’ottica, benché la consistenza di questo nucleo fanatico e ideologico si sia leggermente assottigliata, che l’elezione di Mojtaba rappresenta di per sé una fonte di rassicurazione. Scrittore e professore di Relazioni internazionali alla New York University, Tajbakhsh è un esperto di urbanistica, governo locale e scienze sociali. Nato nel 1962, ha compiuto i suoi studi tra il Regno Unito e gli Stati Uniti, in Iran è tornato per la prima volta dalla Rivoluzione nel 1998, dopo un’assenza lunga vent’anni. Sono gli anni della presidenza di Mohammad Khatami, a Teheran, a mezzanotte, il parco Mellat brulica ancora di gente, nei cinema il film “Due Donne” di Tahmineh Milani fa il tutto esaurito. Tajbakhsh decide di restare per portare avanti le sue ricerche sulla società civile. Nel ’99 viene fermato per la prima volta dalla polizia, ma è solo l’inizio di una lunga odissea che prosegue nel 2007 quando viene arrestato per aver promosso “forme di democrazia occidentale”, un’accusa aggravata dalla circostanza che lavori per l’Open Society di George Soros. Rilasciato dopo cinque mesi di isolamento, Tajbakhsh finisce nuovamente in carcere nel 2009. E’ l’estate delle manifestazioni dell’Onda verde, il suo processo viene trasmesso in diretta televisiva, si ventila l’esecuzione capitale. La pena viene poi ridotta a 15 anni di detenzione, ma grazie alle pressioni internazionali dal 2010 al 2016 sarà scontata agli arresti domiciliari. La liberazione arriva nel gennaio di quell’anno con l’accordo nucleare siglato da Barack Obama e Hassan Rohani.   Dopo aver sperimentato i tic, le contraddizioni e la paranoia della Repubblica islamica, Tajbakhsh ha uno sguardo realista sulle possibilità che la guerra possa condurre a un collasso del regime. “Siamo passati dalla leadership carismatica di Ruhollah Khomeini a quella decisamente meno carismatica di Ali Khamenei (una leadership capace tuttavia di costruirsi e rafforzarsi nel tempo), a quella debole o nascosta di Mojtaba”, dice al Foglio. Ma per chi crede davvero nel regime il suo potere di persuasione è intatto. Non conta il nepotismo e tantomeno contano le ruberie. “Ai fedelissimi le rassicurazioni di Ali Khamenei sono sempre bastate. Quando spiegava loro che la Repubblica islamica condanna uno stile di vita lussuoso e che quelli che sbagliavano erano mele marce, si tranquillizzavano. Ovviamente era retorica, lui conduceva una vita frugale, ma accontentava una volta un gruppo, una volta un altro per tenerseli buoni, e tuttavia per un 5-10 per cento dei suoi sostenitori queste scuse erano sufficienti”.   Ieri Benyamin Netanyahu ha detto che non è sicuro che gli iraniani riescano a far cadere il regime quando i tempi saranno maturi per provarci. “Puoi portare qualcuno all’acqua – ha detto nel corso della prima conferenza stampa dall’inizio della guerra – ma non puoi costringerlo a bere”. Tajbakhsh è realista anche su questo, per via delle minacce incessanti, dell’ubiquità dei posti di blocco e del trauma dei massacri di gennaio. “Credo che sia improbabile che la gente scenda per strada contro il regime nel prossimo futuro. Ciò detto, la questione da tenere d’occhio è sempre il rapporto tra la rabbia e la paura. E’ possibile immaginare che si presenti uno scenario in cui il regime viene colpito così duramente da incoraggiare un gruppo di persone a mobilitarsi? Sì, ma questo scenario presenta anche un rischio enorme. Mettiamo che la gente torni nelle strade e che l’apparato della repressione del regime risponda, la domanda a questo punto è cosa fanno gli Stati Uniti e Israele. Piazzano dei droni tra le forze di sicurezza e la popolazione inerme?”.   Come molti iraniani Tajbakhsh ondeggia su questo punto. “Esamino la prospettiva e la mia mente corre da una realtà a un’altra. Teheran è una città enorme, una città che conosco bene e in cui ho abitato a lungo e sono consapevole che il dominio dei cieli che detengono gli Stati Uniti e Israele non corrisponde necessariamente alla percezione che si ha abitando la città”. Tajbakhsh teme che il regime abbia ancora abbastanza spazi, che la città invisibile e segreta che emerge attraverso gli squarci delle bombe sia ancora in grado di offrire abbastanza safe-house e sottopassaggi da cui lanciare nuovi agguati, e teme pure che il regime possa ancora contare su un numero di uomini ancora troppo grande e con una determinazione a resistere altrettanto forte. D’altro canto aggiunge “non si può nemmeno escludere l’ipotesi che una decapitazione massiccia dei vertici spinga i comandanti a ritirarsi, a pensare ai figli all’estero e alle ville che si sono costruiti nel nord del paese. Non lo ritengo probabile, ma possibile. Questo grazie al dominio nei cieli degli Stati Uniti e di Israele che hanno già colpito molte basi, per cui a un certo punto, tra due o tre settimane, forse un mese potrebbe accadere. Ma c’è un dato fondamentale da tenere in considerazione ossia la regola del 3,5 per cento, quella della svolta nei movimenti di resistenza civile. A Teheran, per esempio, affinché cambino davvero i rapporti di forza dovrebbero comparire nelle piazze almeno 2 o 3 milioni di persone. A quel punto se gli Stati Uniti e Israele offrissero loro una copertura, persino un rivoluzione con un aiuto ‘da remoto’ potrebbe avere successo. E’ possibile sì, ma non probabile”.

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